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Qumran 1

Qumran 1

by Ardelio Loppi

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Ardelio Loppi, on September 19, 2007, said:

QUMRAN (Cisgiordania, maggio 2006) - Rovine dell'insediamento esseno dove furono con ogni probabilità compilati i cosiddetti Rotoli del Mar Morto.

STORIA E RIFLESSIONI SULLA SCOPERTA - Calar della sera di un giorno imprecisato dell’inverno 1946-47, nei dintorni della località denominata Khirbet Qumrān, ad una ventina di chilometri a sud di Gerico. Un ragazzo beduino di etnia Ta’mireh si aggira imprecando tra le cenge di falesia che degradano verso la sponda nord-occidentale del Mar Morto: ha perso di vista una delle sue capre e la sola idea di doverlo giustificare al padre lo fa star male. Si imbatte d’improvviso in una cavità angusta, afferra un grosso sasso e lo scaglia dentro con rabbia: lo raggiunge il rumore di cocci infranti. Vorrebbe scendere a controllare, ma quel buco è così simile alla vuota occhiaia di un teschio… no, si ripropone di parlarne a qualche adulto. Così, il giorno dopo, di buon mattino il ragazzo è di nuovo davanti alla grotta con due suoi cugini. Uno di loro, Muhammad edh-Dhib (Maometto il Lupo), si cala nella voragine con una corda: vi scorge alcune giare oblunghe ancora intatte. Le apre e al loro interno, avvolti in teli di lino, trova sette rotoli di pergamena iscritti con segni indecifrabili. Muhammad ne intuisce l’importanza, se ne ficca tre sotto il caffettano e risalito in superficie condivide il suo sospetto con gli altri. I tre compari decidono così di portare i manoscritti a Betlemme, dove conoscono un tizio, un calzolaio, che per sbarcare il lunario si occupa pure del commercio (riciclaggio) di antichità. Quando quel volpone di Khalil Iskandar Shahin detto Kando, professione calzolaio, posa i suoi vispi occhietti sui manoscritti quasi trasecola, ma non lo dà a vedere e li acquista per un pugno di sterline (anche se ancora per poco la Palestina è sotto mandato britannico). A quel punto i beduini gli parlano degli altri quattro manoscritti e Kando, scrollando le spalle con sufficienza dice loro che sì, gli interessano, ma a meno di quanto ha pagato quelli che stringe ormai saldamente tra le grinfie. Pochi giorni dopo, entrato in possesso dell’intero bottino, per cercare di capire meglio l’entità dell’affare il calzolaio si mette in contatto con Athanasius Leshua Samuel, metropolita del convento di San Marco a Gerusalemme. Ed ecco che il furbo Kando è a sua volta raggirato dall’ancor più scaltro metropolita Athanasius il quale, non lasciando trapelare il suo enorme interessamento, acquista quattro manoscritti per due pugni di sterline. Manco a dirlo, appena Kando esce dalla porta anteriore il metropolita quasi si scapicolla per imboccare quella posteriore: si reca all’École Biblique et archéologique française de Palestine, dove mostra i manoscritti a padre Johannes Van der Ploeg. Su uno di questi lo studioso riconosce immediatamente il testo ebraico del libro del profeta Isaia e - unico fino a quel momento a dire quel che pensa davvero - ipotizza possa trattarsi di uno dei più antichi testi biblici mai ritrovati. Intanto Kando, cui probabilmente l’istinto suggerisce d’essere stato fregato, mostra il frammento di uno dei tre rotoli ancora in suo possesso a Eleazar Sukenik, direttore del Dipartimento di Archeologia dell’Università ebraica. Al pari di Van der Ploeg anche lui capisce subito l’importanza del ritrovamento, e dopo una lunga trattativa (da scienziato non riesce a mascherare sufficientemente bene la sua eccitazione) si accaparra i tre manoscritti per un bel mucchio di sterline. Si tratta di una copia completa del Libro del profeta Isaia (detto Isaia b), un rotolo di Inni e un testo in seguito chiamato Guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre. L’entusiasmo di Sukenik non è tanto legato al fatto che ha identificato i testi, quanto soprattutto al periodo cui egli suppone risalgano: vale a dire al I secolo a.C., mentre i più antichi codici biblici conosciuti fino a quel momento, il Documento di Damasco e il Codice di Aleppo, risalgono ai secoli X e XI dopo Cristo. Pertanto la nuova scoperta sposta indietro le lancette cronologiche degli studi biblici di ben mille anni in un colpo solo! Nel febbraio 1948 Sukenik esamina anche i quattro manoscritti in mano ad Athanasius (il cosiddetto Grande rotolo di Isaia (Isaia a), la Regola della Comunità, il Commento di Abacuc e l’Apocrifo della Genesi) ma nonostante stavolta cerchi di camuffare il più possibile l’importanza della cosa, non gli riesce di convincerlo a venderli: Sukenik non può sapere che oltre a Van der Ploeg, pochi giorni prima il furbo metropolita ha interpellato anche gli studiosi dell’American School of Research di Gerusalemme e sa bene di avere per le mani un tesoro. Considerando quindi che è alle porte una guerra [il 29 novembre del ’47 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha deliberato la spartizione della Palestina - sotto mandato britannico - in due stati, l’uno ebraico e l’altro arabo palestinese, ed ora i carri armati di Egitto, Libano, Giordania e Siria sono schierati lungo il confine pronti a dar manforte ai correligionari qualora gli israeliani proclamino l’indipendenza: questo avverrà a Tel-Aviv il 14 maggio 1948 e il conflitto che ne scaturì si concluse nel luglio del ’49 con la totale disfatta degli eserciti arabi, dando inizio, di fatto, alle tragiche vicende attuali] Athanasius salta su un aereo con i suoi preziosi manoscritti e vola a New York; per lungo tempo non si sa più nulla né di lui e nemmeno delle preziose reliquie letterarie. Sei anni dopo, il 1° giugno del 1954, il generale-archeologo Yigael Yadin (è il figlio di Sukenik ma come molti israeliani dell’epoca ha cambiato, ebraicizzandolo, il proprio cognome) riceve la telefonata di un amico che gli dice di dare un’occhiata alla pagina degli annunci del Wall Street Journal: qualcuno mette in vendita quattro manoscritti biblici, datati intorno al 200 a.C., provenienti dal Mar Morto. Naturalmente dietro a quell’annuncio c’è il redivivo Athanasius. Dopo spossanti trattative Yadin riesce ad acquistare i manoscritti e, insieme ai tre già in possesso del padre, li dona allo Stato di Israele. Ad oggi è possibile vedere i sette rotoli nel cosiddetto Santuario del Libro, una struttura appositamente costruita all’interno del Museo d’Israele a Gerusalemme, la cui architettura si ispira al coperchio delle giare che per due millenni li hanno custoditi. Naturalmente mentre si sviluppavano le romanzesche vicende legate ai sette primi rotoli, già dal ’48 era iniziata la corsa ai manoscritti. Soprattutto quando l’American School of Oriental Research aveva fatto pubblicare, dal Times di Londra, l’annuncio della scoperta dei quattro fatti esaminare (e John Trever li aveva fotografati) dal metropolita Athanasius. Tre di questi vennero identificati e datati, come aveva supposto Sukenik, al I secolo a.C., furono inoltre messi in relazione con una delle tre sette giudaiche nominate dallo storico ebreo del I secolo d.C. Giuseppe Flavio: quella degli Esseni; le altre erano i Farisei e i Sadducei. Del movimento esseno hanno parlato anche Filone di Alessandria (circa 30 a.C.-50 d.C.), Dione Crisostomo (40-115 d.C.) e Ippolito di Roma (170-236 d.C.). Ma a permettere di identificare la comunità che visse a Khirbet Qumrān fu soprattutto un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.): […] A occidente del mar Morto gli Esseni si tengono lungi dalle rive, tanto sono nocive. E’ un popolo unico nel suo genere e ammirevole nel mondo intero più di tutti gli altri; non ha donne, ha rinunziato interamente all’amore, è senza denaro, amico delle palme. Di giorno in giorno rinasce in ugual numero, grazie alla folla dei nuovi venuti. Dunque, prima ancora che iniziassero gli scavi, a partire dal 1951 e fino al ’56, il confronto tra il materiale letterario antico ed alcuni dei manoscritti di Qumrān (in particolar modo di quello denominato Regola della Comunità) non lasciava troppi dubbi circa l’identificazione dei protoamanuensi che li avevano redatti. I dubbi sarebbero sorti più avanti, e non certo legati al chi o quando, bensì ai loro reali contenuti. Infatti, alla frenesia che aveva accompagnato la scoperta, non appena si manifestò il sostanziale parallelismo tra movimento esseno e Chiesa degli albori, intorno ai manoscritti calò un improvviso silenzio. Stando alle opinioni estreme che iniziarono a circolare, questo era da imputare al fatto che la maggior parte degli studiosi ebrei e cristiani che si occupavano del lavoro di traduzione erano dei ministri del proprio culto: in sintesi furono accusati di scarsa obiettività scientifica se non, addirittura, di operare un vero e proprio ostruzionismo finalizzato a nascondere qualcosa di estremamente imbarazzante per entrambe le religioni. Ma forse sarebbe più corretto affermare che, visti gli indubbi rapporti di alcuni dei testi con i primi scritti cristiani, l’ipotetica rivoluzione avrebbe potuto riguardare prevalentemente il cristianesimo: l’uso del condizionale è d’uopo poiché, in fondo, tra il materiale divulgato nel 1993 dall’Israel Antiquities Authority questo non risulta molto chiaramente. Ma se ad affermarlo è nientemeno uno dei componenti del gruppo di ricerca internazionale, che abbandonò i colleghi accusandoli di non rendere pubblico quanto poteva danneggiare le origini del cristianesimo, allora le cose assumono una connotazione ben diversa. Lo studioso “eretico” è l’inglese agnostico Jhon Allegro, che diede voce alla sua denuncia attraverso il controverso libro The sacred mushroom and the cross (Il fungo sacro e la croce - 1970). Dei Manoscritti del Mar Morto si è parlato davvero molto, quasi sempre per denunciare manipolazioni circa i legami tra l’universo esseno e quello cristiano, che gli ambienti ecclesiastici avrebbero preferito occultare. Voci alimentate soprattutto dal fatto che, a decenni dalla scoperta, ben pochi erano coloro che potevano dire di aver visto i manoscritti. Non bastasse, oltre ai primi sette manoscritti, il mondo non conosceva sostanzialmente nulla di tutti quelli venuti fuori dalle 11 grotte scoperte tra il 1951-56. Il domenicano Roland Guerìn de Vaux (responsabile del gruppo di ricerca) giustificò la causa dell’enorme ritardo con le disastrose condizioni del materiale ritrovato nella Grotta 4, un’accozzaglia di oltre 15mila frammenti di manoscritti che hanno richiesto anni di lavoro: una motivazione che, viste le precise accuse di Jhon Allegro, fece storcere il naso a parecchi. Ma proviamo a mettere ordine tra quel che si dice e quel che risulta. Dopo la scoperta del 1946-47, nel 1951 i soliti beduini Ta’mireh scovarono una seconda grotta (Grotta 2) ed altri manoscritti si riversarono sul mercato clandestino delle antichità. Fu allora che il museo Archeologico di Palestina, l’Ecole biblique e l’American school decisero che forse era il caso di organizzare una ricerca a tappeto. E così, contestualmente agli scavi archeologici delle rovine di Qumrān, un gruppo di studiosi guidati da Roland de Vaux setacciò l’intera area alla ricerca di eventuali altre cavità usate come nascondiglio dagli Esseni. Venne così scoperta la Grotta 3, che oltre a manoscritti conteneva una lamina di rame iscritta avvolta a formare un rotolo (il famoso Rotolo di Rame); la Grotta 4, scavata artificialmente sullo stesso pianoro dove sorge Qumrān e già “visitata” dagli instancabili beduini; la Grotta 5 e quelle da 7 a 10. La Grotta 6 fu ad appannaggio ancora della “concorrenza”, così come la 11, riscoperta dagli studiosi nel ’56. Le traduzioni finalmente “partorite” e rese note integralmente nel 1993, ci descrivono la teologia degli Esseni come totalmente fondata sulla bibbia, quindi in linea con il giudaismo tradizionale. In particolare, emergono come fortemente caratterizzanti la necessità di conformare la condotta quotidiana a precetti legali molto rigidi ricavati dai testi sacri, e la convinzione di essere sulla soglia della fine dei tempi: dell’eredità legalistica si trova riscontro nel successivo giudaismo rabbinico, mentre l’attesa dell’Armaggeddon è riscontrabile nel primo cristianesimo, in particolare in San Paolo, che come sappiamo ebbe un ruolo di primissimo piano nello scisma tra le due grandi religioni monoteistiche. E’ inoltre molto sentita dagli Esseni l’opposizione netta tra bene e male, luce e tenebre; due forze destinate ad una lotta costante fino a ché Dio non darà (nel Rotolo della Guerra) la vittoria alla luce. Dai testi risulta peraltro chiaro che gli Esseni attendevano una venuta messianica per preparare le forze del bene a sconfiggere il male: sono citati un profeta e due messia, uno di stirpe regale e l’altro di stirpe sacerdotale (Regola della Comunità). Nel manoscritto cosiddetto della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre non manca inoltre il riferimento alla resurrezione dei morti, che avverrebbe dopo la guerra finale tra il bene e il male, seguita da un’esistenza in comunione tra Yahwe (il Dio d’Israele) e le sue legioni di angeli. E insomma, anche se esistono parecchie altre correlazioni, già da questi pochi elementi risulta abbastanza chiaro come l’essenza del pensiero esseno sia sostanzialmente molto vicina a quello cristiano. Soprattutto per quanto riguarda la letteratura di tipo escatologico (attinente cioè alla fine dei tempi, con un futuro mondo governato da Dio stesso): una conclusione cui giunse per primo l’orientalista del XIX secolo Ernst Renan, che nonostante i non molti elementi di cui disponeva si era spinto addirittura ad inquadrare senza troppi giri di parole Giovanni Battista, Gesù e i suoi discepoli come Esseni. D’altronde i ritrovamenti archeologici di Khirbet Qumrān (soprattutto le vasche rituali che richiamano il battesimo), la contestualità geografica dei luoghi dove si svolgono molte delle vicende narrate nei Vangeli (il Battista battezza Gesù nei pressi di Qumrān e prima del suo ministero pubblico si ritira a meditare da quelle parti), le concordanze ideologiche e di alcune regole di vita, così come gli insegnamenti e molte delle espressioni tipiche usate nei Vangeli rappresentano delle analogie decisamente incredibili. Ed ora la fatidica domanda: i primi cristiani erano quindi Esseni? Se l’approccio a questa domanda passa attraverso quanto scritto nei Vangeli la risposta è no, se però vogliamo dare un peso a delle fonti “pure”, mai passate cioè attraverso revisioni di sorta poiché inumate per oltre due millenni, tenendo a mente le molte analogie non lo si può escludere a cuor leggero. A questo proposito si potrebbe anzi aggiungere un elemento di riflessione in più sull’argomento. Il cristianesimo - così come pure la maggior parte delle altre dottrine - non può essere inquadrato soltanto dal punto di vista metafisico-spirituale, ma anche come un movimento che per attraversare i secoli ha dovuto per forza di cose darsi una connotazione politica. Considerando allora che soprattutto nel Medioevo l’umano sapere d’Occidente è passato sotto gli instancabili pennini degli amanuensi, è ragionevole credere che seppure la loro sia risultata opera fondamentale alla trasmissione di informazioni altrimenti destinate a perdersi, altre - proprio per opportunità politiche - possano essere state in qualche modo inquinate se non distrutte. Ora, tornando ai controversi manoscritti di Qumrān, anziché immaginare che dietro al lungo silenzio degli studiosi possa esserci una qualche forma di omertà su presunte, scomode “verità”, perché non considerare invece che sia stato originato da qualcosa diametralmente opposto? Al silenzio stesso, ad esempio, degli Esseni, a proposito di un argomento che, Vangeli alla mano, sembrerebbe aver coinvolto in una straordinaria partecipazione emotiva e politica l’intera Palestina di quel periodo: come avrebbe reagito chiunque di noi, al cospetto di una marea di manoscritti (circa 800) che di tutto parlano fuorché di Gesù Cristo e delle vicissitudini che portarono alla sua esecuzione? Possibile che questi ossessionati grafomani siano stati gli unici a non sapere nulla dei fatti “memorabili” che si stavano consumando a Gerusalemme? Certo, la situazione politica della Palestina di allora era tale che le possibili prove (documenti, lapidi etc.) potrebbero essere state distrutte dai romani o dagli stessi sacerdoti che ordirono la “congiura”, ma la storia insegna che quando il coinvolgimento delle masse tocca le vette descritte nei Vangeli in un modo o nell’altro qualcosa filtra: quel qualcosa poteva trovarsi proprio a Qumrān, dove gli zelanti amanuensi Esseni avrebbero certamente riportato avvenimenti della portata descritta nei Vangeli se fossero accaduti nei termini ad essi attribuiti. E’ quindi possibile che gli studiosi che si occuparono dei manoscritti, prevalentemente sacerdoti di estrazione cattolica, si aspettassero di trovare la chiave di volta per avallare storicamente i fatti che hanno tradizionalmente portato alla nascita del cristianesimo. Non avendola trovata, almeno non come se l’aspettavano, potrebbero non essersela sentita di consegnare al mondo la traduzione di testi il cui silenzio sull’argomento era a dir poco imbarazzante: ma a volte, si sa, il silenzio fa più rumore di un urlo.

erald82, on April 3, 2009, said:

grazie della documentata illustrazione.

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