Castello - Vicolungo

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Una lunga e dritta via costeggiata da un susseguirsi di case. Così oggi Vicolungo si presenta a chi attraversa l’abitato percorrendo la lunga via IV novembre che come un fiume sfocia nella piazza per poi restringersi di nuovo in via Cesare Battisti.

Questo rettifilo sembra aver dato il nome all’abitato il celeberrimo Vicus Longos, paese lungo. Se però analizziamo alcuni indizi ci sorge spontanea una domanda.

L’attuale Vicolungo è nella medesima posizione dell’antico? Alcuni elementi ci fanno pensare che l’abitato un tempo sorgesse molto più ad ovest e precisamente tra le località Palazzi e Baraggioli. Il nuovo comune Biandratese era posto in una posizione strategica determinata dalla vicinanza al fiume Sesia e dall'incrocio della "Via Regia" con la "Via Biandrina" inoltre politicamente godeva della protezione di Federico Barbarossa ma sopraggiunta la crisi dell'autorità imperiale, i discendenti dei maggiori conti di Biandrate cominciarono a perdere, nelle discordie per la divisione del dominio e per il separato reggimento dei feudi, quell'unità d'azione che avrebbe permesso al comune di sopravvivere ad eventuali assalti. All’inizio del XVI secolo pur restando proprietari del castello e delle sue pertinenze, i Gritta perdono il feudo di Vicolungo che accorpato con Casalbeltrame e Biandrate viene ricostituito in contea ed attribuito alla Camera Ducale.

Gli abitanti di Vicolungo si trovano così senza feudatari, lo stato delle cose durò però solo per poco tempo infatti l’Imperatore Carlo V destinò la nuova contea al capitano Filippo Tornielli e successivamente da questi al figlio Manfredo. Morto Manfredo Tornielli nel 1584 il feudo rimase vacante fino al 1599 quando fu assegnato al nobile Spagnolo Alfonso De Idiaquez. Della casa di Enrico e Costanza sono rimaste solo tre stanze “coperte da soffitti a cassettoni lignei ornati a stampino, che presentano una decorazione affiorante al di sotto dello strato di scialbo, che tappezza le intere pareti con grandi specchiature a finto marmo e cornici orizzontali multiple con svariati motivi ornamentali eseguiti a stampo. Il fregio dipinto che li percorre gioca sull’illusionismo degli elementi: le lesene che scandicono i singloli riquadri, le cornici accartocciatye delle imprese, i pannelli di finto stucco che le affiancano, decorati con agili grottesche". Il paese di Vicolungo e il suo Castello, oggi Il maggiore indizio è rappresentato dall’andamento della strada Biandrina, asse viario che da molti secoli ha caratterizzato il nostro territorio, che a differenza di tutti gli altri centri abitati attraversati dalla stessa a Vicolungo passa a circa un chilometro ad ovest dalla piazza dell’abitato. Il suo tracciato snodandosi con andamento nord-sud attraversa il complesso dei “Palazzi” che richiama il nome dei "Palatia" romani, luoghi fortificati ove si immagazzinavano le scorte alimentari e la popolazione si rifugiava in caso di assalti nemici e di invasioni la nostra zona ne vide moltissime. Altro fatto significativo che fa ritenere che l’antico Vicolungo si trovasse più ad ovest rispetto all’attuale posizione è la presenza della vasta zona archeologica, nella quale sono stati ritrovati numerosi reperti di epoca romana, che si trova tra la cascina Baraggioli ed i Cascinoni.

Per quale motivo, e soprattutto quando il paese si sposta ad est fino a giungere all’attuale posizione? Una delle ipotesi che si possono maggiormente tenere in considerazione è quella che a seguito di uno degli innumerevoli straripamenti del Sesia venne sommerso l’antico villaggio e così la prudenza spinse gli antichi abitanti a rifondare la comunità ad una distanza di maggiore sicurezza. Non è possibile stabilire il periodo in cui avvenne tale spostamento ma possiamo, ancora una volta, ipotizzare che fu attuato anteriormente al VII° secolo periodo nel quale i longobardi, calati in Italia nel 568, iniziano a convertirsi al cristianesimo eleggendo tra i propri Santi patroni San Martino e San Giorgio.

La presenza del culto dei due Santi ci induce a pensare alla presenza di uno stanziamento longobardo di una certa importanza. La prima notizia documentata dell'esistenza dell'abitato risale, però, al 17 marzo 898, giorno in cui Ansaldo da Vicolungo sottoscrisse come testimone a una permuta tra il Vescovo di Roma Garibaldo ed il diacono di San Gaudenzio Novemperto: "Signum manus + Ansaldi di Vicolungo testes". Attorno alla metà del X secolo una consistente parte del paese fu connessa dal conte Maginfredo di Lomello alla corte di Mosezzo e successivamente venduta, nel settembre del 962, dal conte Elgerico, figlio del defunto Maginfredo, alla vedova Guntilda. Prima del 1070 una porzione dei beni immobili del paese era posseduta da Valderada che allienò la proprietà ad Ardizzone il quale, il 4 luglio 1070, vendette gli immobili al conte Guido II° figlio di Guido I° conte di Pombia. Vicolungo entra così a far parte dei domini dei conti di Pombia che, il 5 febbraio 1093, stilano la cosiddetta "Carta Biandrina" nella quale, nominandosi conti di Biandrate, concessero terre ai "Milites" e fondi ai "Rustici" in cambio dell'appoggio politico-economico-militare. Nacque così la "città" di Biandrate che raggruppava, oltre all'omonimo paese anche i paesi di Vicolungo, Casalbeltrame, Sannazzaro ed i due piccoli borghi di Giardino e S.Martino di Xugniana (posto alle porte di Vicolungo ed ormai scomparso). Il Castello, foto dell'epoca Fu così che nel 1168 il Comune di Biandrate fu assediato e distrutto dall'alleanza novarese - vercellese e fu ordinato che non venisse più ricostruito successivamente, il 12 agosto 1199, Novara e Vercelli si spartirono il territorio e gli abitanti di Biandrate e del suo distretto, Vicolungo insieme a Casalbeltrame divenne così vercellese e tale rimase fino al 1242 quando ritornò sotto la sfera d’influenza novarese, seppur mediata dalla presenza dei conti di Biandrate ritornati in possesso del proprio feudo. Questa spartizione di “abitanti ed abitati” non fu però così facile tanto che sulla questione del trasferimento degli abitanti nella città di Novara o di Vercelli e sull’abbattimento delle case ricostruite all’interno degli abitati si tornò più volte con minacce ed esportazioni forzose dei recalcitanti abitanti. Nel 1259 si ebbe una nuova divisione del territorio con la riannessione a Vercelli di Vicolungo e Casalbeltrame e di Biandrate a Novara, si trattò comunque di un controllo di breve durata in quanto i Conti mantennero comunque, anche se in maniera minore, il potere sul territorio tanto da venire ancora citati negli statuti della ricostruita Biandrate del 1395. Poco dopo 1312 i ghibellini novaresi, capitanati dai Tornielli, occuparono con la forza tutto il territorio novarese a sinistra del Sesia ed espulsero da Biandrate e da Recetto gli ufficiali del comune di Vercelli facendo così ritornare l’intero territorio sotto la giurisdizione novarese.

Il XIV secolo vede l’inasprimento delle lotte tra i marchesi del Monferrato ed i Visconti che si contendono il novarese, durante questa guerra nel 1332 Vicolungo viene distrutto.

Passate le guerre arriva nel 1347 la peste nel territorio novarese e finita questa ritornano nel 1350 le truppe del Marchese del Monferrato capitanate da Alberto Sterz e Vicolungo viene di nuovo distrutto nel 1358 a pochi mesi dalla pace tra i Visconti e la Lega Antiviscontea che stabilì che il Marchese del Monferrato dovesse restituire tutte le terre che a loro aveva sottratto tra cui Novara.

Il 18 giugno 1358 Galeazzo II Visconti rientra a Novara. Ma nel 1362 ritorna lo Sterz alla guida della famosa Compagnia Bianca che inizia a mettere a ferro e fuoco i castelli del novarese, alle distruzione dei Mercenari della Compagnia Bianca si aggiungono quelle delle truppe del Visconti con lo scopo di non concedere castelli nei quali lo Sterz potesse insediarsi. Alla fine nel 1363 la “compagnia Bianca” che aveva scelto Romagnano come sua base lascia il novarese perché assoldata dal comune di Pisa in lotta con Firenze. La pace del gennaio 1364 tra i Visconti ed il Marchese del Monferrato porta un po di tranquillità alle nostre terre anche se finiti i danni arrecati dagli uomini nell’agosto una invasione bibblica di cavallette colpisce il novarese ed il vercellese. Ma secondo il detto “non c’è pace da questo lato del cielo” nel 1372 nasce una nuova lega tra il papa e Amedeo di Savoia contro i Visconti e così si torna a combattere. Nel 1402 Gian Galeazzo Visconti eresse Biandrate a capoluogo di contea, unita ai possessi feudali degli antichi conti, e la concesse al suo consigliere Manfredo Barbavara, appartenente al gruppo nobiliare dei da Castello ma l’anno successivo i Barbavara vengono cacciati da Milano e i loro beni sequestrati. Il 24 gennaio 1406 il duca di Milano Filippo Maria Visconti cede la contea di Biandrate, compreso il paese di Vicolungo, a Facino Cane in modo da porre una solida barriera tra il novarese, territorio di confine del ducato di Milano, ed i territori di Teodoro Marchese del Monferrato. Quali erano le fortificazioni dell’abitato in questo periodo non ci è dato sapere anche se alcuni documenti ci vengono in aiuto. Innanzitutto una citazione negli statuti di Biandrate nei quali viene ordinato di costruire due porte fortificate a Zugnana e quattro a Vicolungo. Alcuni documenti parlano del castello e dei suoi numerosi proprietari, chi di una casa, chi di parte della cinta fortificata con annesso fossato, chi di magazzini posti all’interno delle mura, questo ci porta alla conclusione dell’esistenza di un “ricetto”, per forma e disposizione simile a quello di Carpignano Sesia, che inglobava anche la chiesa di San Giorgio e di Santa Caterina (un tempo posta sull’attuale sagrato) cinto da mura e circondato da un fossato. Lo stato di mantenimento di queste strutture fortificate doveva comunque essere alquanto fatiscente dato i numerosi assedi ai quali il paese era sottoposto, tanto che nel 1411 la chiesa di San Giorgio viene riconsacrata a seguito di razzie e profanazioni. Alla morte di Facino Cane, Filippo Maria Visconti ne sposa la vedova e dona la contea di Biandrate a Filippino Cane fratello del condottiero ed ora cognato del Duca Nel 1424 Filippino Cane, che non ha figli, chiede al duca di Milano di donare la Biandrina al capitano degli eserciti ducali, Angelo della Pergola, col patto della conservazione dell’usufrutto che manterrà fino al 1428 anno della sua morte. La relativa pace nella quale da circa vent’anni viveva il piccolo borgo di Vicolungo venne, nell’agosto 1447, improvvisamente interrotta dalla morte di Filippo Maria Visconti che lascia il ducato di Milano senza nessun erede. Al ducato aspiravano i seguenti pretendenti: Il duca d'Orléans, perché prese in moglie Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo e sorella di Filippo Maria; il re di Francia, Carlo VII, che avanzava diritti ereditari; l'imperatore Federico III, che si richiamava ad una legge feudale che dava diritto al Sovrano di recuperare i feudi il cui casato si estingueva; Alfonso re d'Aragona e di Sicilia, che asseriva di essere l'unico erede in base ad un testamento (verosimilmente falso); Ludovico di Savoia, che aspirava al Ducato come fratello di della vedova del defunto duca, Filippo Maria; Francesco Sforza, come marito di Bianca Maria, unica figlia del defunto. La guerra ancora una volta si combatté nel Novarese dove Francesco Sforza insieme al famoso condottiero Bartolomeo Colleoni a nome della Repubblica Ambrosiana difendono i territori del ducato di Milano dagli attacchi degli altri pretendenti. Ma lo Sforza non si accontenta di fare il capitano di ventura per l’infida repubblica Ambrosiana e spalleggiato dai nobili locali inizia la sua conquista al ducato. Ed è proprio in questo frangente che i fratelli Antonio e Pietro Rabozio di Vicolungo si schierano al fianco dello Sforza e grazie alla loro abilità con le armi conquistano la sua fiducia. Nel febbraio del 1450 Francesco Sforza entra in Milano e diventa Duca. Il 29 settembre 1450 Francesco Sforza nella sua politica di ringraziamento a coloro che l’avevano aiutato nella conquista del ducato, infeuda Vicolungo e Landiona a Giovan Pietro e Antonio Rabozio. Ma i fratelli non vanno molto d’accordo tanto che al ritorno, nel 1452, delle truppe del marchese del Monferrato il giovane Pietro è subito pronto a tradire lo Sforza ed a aprire le porte del castello ai nemici del ducato, Antonio si oppone e si arriva così alle armi tra i due fratelli che si sfidano nella corte del ricetto. Il più giovane ha la meglio e Antonio ferito viene condotto prigioniero nel castello di Casale, il duca però non dimentica i suoi fedeli vassalli e dopo aver riconquistato il ricetto libera, probabilmente attraverso uno scambio di prigionieri, il fedele Antonio e gli concede di costruirsi una fortezza all’interno delle mura. Mentre si costruisce il castello in appoggio alle truppe del Rabozio vengono affiancate, per intercessione del duca, le truppe del Colleoni che se da una parte possono dare una certa sicurezza dall’altra creano qualche problema al feudatario che scrive allo Sforza “ I mercenari coglioneschi si disinteressano della situazione, intenti solo a raziar denaro, continuamente minacciano di abbandonare i due castelli (Vicolungo e Landiona) se non ricevono soldi” In ogni caso il nuovo fortilizio verrà eretto in tempi brevi e sarà composto principalmente da una grossa torre a pianta quadrata provvista di tetto a padiglione e di camminamento con caditoie disposte sui quattro lati, inoltre Antonio farà costruire due rivellini di accesso alla torre uno a est (il futuro vescovado) ed uno a Ovest (demolito nel 1857) inoltre amplierà la propria abitazione posta sul lato nord del ricetto che farà decorare internamente con incisioni sull’intonaco fresco con motivi ad S inscritti in un rombo e coronati dallo stemma dei Rabozio (questa decorazione per il suo stato di conservazione e la sua consistenza è il maggiore esempio piemontese e lombardo rimastoci di questa tecnica decorativa). La fine dell’opera viene celebrata in un dipinto, solo di recente scoperto, nella chiesa di San Sebastiano dove un Santo armato (forse San Defendente) è ritratto nella tipica posa della “presentazio castri” ovvero reggendo un castello. Nel dipinto la rocca, se pur molto stilizzata, si riconosce per l’uso del rosso che ricorda il mattone utilizzato per la sua costruzione e per la presenza delle torri che si elevano rispetto alla mole della fortificazione a similitudine del torrino che caratterizza l’apice dell’edificio. Alla morte di Francesco Sforza l’8 marzo 1466 il ducato di Milano è di nuovo in pericolo ed il Savoia ne approfitta per invadere nuovamente il novarese ed inizia a scontrarsi con le truppe degli Sforza la nuova rocca tiene però lontano i Savoia e gli consiglia di cacciare più facili prede; l'incursione savoiarda si conclude con la pace di Ghemme del 7 novembre 1467. Il 20 marzo 1470 Bona di Savoia reggente a nome del figlio Gian Galeazzo Sforza duca di Milano riconferma il feudo di Vicolungo a Antonio Rabozio. Nel 1481, ormai vecchio, sentendosi, il Rabozio, prossimo alla morte, si preoccupò di lasciare il castello in eredità alle tre figlie, cosa non consentita a quel tempo invio così una lettera di supplica a Ludovico il Moro che nella sua risposta, tuttora conservata presso l’archivio di Stato di Novara, ricordando la fedeltà dei Rabozio alla Casata degli Sforza concede il proprio benestare. Alla morte del Rabozio l'eredità passò così alle tre figlie, ad Antonia che sposa il Pavese Gentile da Corte spettò la parte di immobili siti nel castello, ma fuori dalla nuova fortezza costruita dal padre, e precisamente nell’angolo Nord-Est; a Maria, sposata al vercellese Gaspardo Bulgaro, metà della rocca; Bernardina, sposata al novarese Enrico Gritta, metà della rocca ed il castello di Landiona ed i diritti sul territorio medesimo insieme al feudo di Vicolungo. I Corte si trasferiscono nella casa del padre e ne aumentano la decorazione con l’esecuzione di un fregio con motivi floreali a coronamento dell’ampia sala posta al primo piano dell’edificio. La situazione patrimoniale delle tre sorelle è però destinata a cambiare molto rapidamente. Antonia inizia subito una sfrenata campagna di acquisti che riguardano quasi esclusivamente il castello e le sue pertinenze. Nel 1491 le due sorelle Gritta che abitavano nella rocca decidono di dividerla in parti uguali costruendo un muro di separazione ed una rampa di scale per poter accedere ai piani superiori in maniera autonoma. Nel 1942 muore Gentile Corte marito di Antonia Rabozio, la vedova si consola in fretta e l’anno successivo sposa Giacomo Corti, fratello del defunto marito, e continua la sua campagna di acquisti dai vari proprietari che avevano beni all’interno delle mura del castello ed anche dal cognato Gaspardo Bulgaro “ terza parte per individuo di un piccolo terreno e muro sito nella terra di Vicolungo dove si dice al Castello de Spaldi”. Il 26 ottobre 1499 dopo la capitolazione degli Sforza, Luigi XII di Francia, nuovo duca di Milano riconferma il feudo di Vicolungo e Landiona a Enrico Gritta. Nell’agosto del 1502 Enrico Gritta con l'approvazione di Luigi XII vende il feudo di Landiona a Defendente Suardi. Nel XVI secolo il passaggio generazionale porta delle modifiche allo stato patrimoniale del castello; Odoardo Corte figlio di Antonia Rabozio e Giacomo Corte si trasferisce a Milano, città natale paterna, e vende le sue proprietà a Paolo, Alessandro e Gerolamo fratelli Gritta. Il 1 agosto 1539 l'intero possesso dei da Bulgaro passò con una permuta ai Gritta, che divennero proprietari di tutto l'antico asse ereditario di Antonio Rabozio. Il documento è interessantissimo come testimonianza di un momento di vita nobiliare. «A Vicolungo nel Cantone al di là del guado e più precisamente nell'orto di Gerolamo e Paolo Gritta, figli del defunto Enrico. Ivi Gerolamo Gritta ed Alberto da Bulgaro, figlio del fu Gaspardo, hanno operato la seguente permuta. In primo luogo Gerolamo ha ceduto ad Alberto un monile, o meglio una corona d'oro buono con brillanti disposti a forma di rose, del peso di 7 once (g 190,61). Inoltre un monile di oro fino ricoperto con brillanti del peso di 6 once (g 163,38). E ancora un monile d'oro fino con brillanti disposti a quadrato del peso di 2 once (g 54,46). Una corona da rosario di pietre dure con 13 paternoster d'oro. Un vestito da donna di velluto nero nuovo con lafrisia di tela d'oro, di uso mullebre. Un vestito di raso cremisi, con lafrisia di tela di broccato d'oro, di uso muIlebre. Un vestito di damasco turchino. Inoltre 100 scudì d'oro del sole di giusto peso, e infine 25 sacchi di frumento. Al contrario Gerolamo ha dichiarato di ricevere da Alberto la metà dell'arce o rocchetta sita in Vicolungo e contigua al castello di Vicolungo, verso levante. Essa ha piani superiori, è coperta da coppi, ha un rivellino, un portico, un columbarlo, nonché case ed edifici, così come essi stanno e sono di presente. Confina ad est con la proprietà dei Gritta per mezzo di una strada comune, a sud con il mulino dei Gritta, con la roggia e con il fossato, ad ovest con le case dei Gritta per l'altra metà della rocchetta, a nord con il fossato della rocchetta e con immobili dei Gritta. Inoltre ha ricevuto la proprietà di un fontanile, detto la roggia nuova, posto sul confini tra Vicolungo e Casaleggio ». Pochi altri sono gli acquisti dei Gritta nel XVI secolo tra questi il più importante è quello di "tre molini e quattro forni nella terra di Vicolungo, detti "molino di sopra", "molino di sotto", e "molino della rocca" a riserva della porzione spettante ai detti Gritta ed agli eredi del fu Giovanni Stefano Riccio sopra i suddetti molini, forno della Vaccarizia, del Rovellino, di Mezzavilla e di S.Martino per £ 2000” e della cascina della Fornace. Nel settembre 1522 il castello subì un assalto da parte di un piccolo esercito franco-biellese, organizzato e comandato da Filiberto Ferrero Fieschi conte di Masserano e dal nobile biellese Francesco dal Pozzo che lo depredò e saccheggiò.

Il Castello, foto dell'epoca I Vicolunghesi però mantennero sempre rapporti cordiali con i Gritta testimoniati dalla carta 13 giugno 1599, importantissima per la definitiva sistemazione dell'area centrale del paese. “Quel giorno era domenica e dopo la messa solenne i capi famiglia di Vicolungo furono adunati a Consiglio dal podestà di Biandrate, Cesare Pellicciario; erano presenti i Manica, i Bellerato, gli Avanzini, i Rabozio, gli Spaldo, i Tosi, in tutto 24 persone, la totalità dei possidenti. Accanto al podestà sedevano i due fratelli Gerolamo Gritta, giureconsulto novarese, ed Alessandro, canonico della cattedrale di Santa Maria, da qualche anno abitanti nella rocchetta del luogo. Gli uomini di Vicolungo espressero il desiderio di avere una porta di ingresso al castello sul cantone della piazza, ove aveva inizio la strada detta di mezzavilla, e di realizzare una piazza davanti alla chiesa parrocchiale di San Giorgio. Chiesero perciò ai due castellani di cedere al Comune il loro orto, allo scopo di avere il passaggio e di costruire la piazza; al contrario erano disposti a rinunciare al loro diritto di passaggio attraverso la porta del castello, sotto al torrione e vicino alla fossa o peschiera della rocca, attraverso il cortile ed il portico contigui alla porta. I Gritta acconsentirono. Così gli uomini di Vicolungo per recarsi alla chiesa, alle case e ai magazzini, ormai in rovina, del castello, non passarono più entro la rocca e nel cortile dei Gritta, ove una porta sempre aperta immetteva nel cimitero e nella parrocchiale, verso la torretta di settentrione, ma transitarono per la nuova porta, costruita dai castellani sull'angolo sud‑ovest, ove ancora si legge l'affresco di San Giorgio e il drago. Un ponte in muratura scavalcava la roggia del fossato, che lambiva il muro di cinta: era in mattoni, ampio parecchie braccia, in modo da poter passare con carri e con cavalli. Nell'orto dei Gritta il Comune costruì poi la piazza, che fu stimata da tutti con l'espressione: condecentem”. I lavori eseguiti completavano quelli inziati nel 1588 con la soppressione della chiesa parrocchiale di San Martino e la sua annessione a quella di San Giorgio che venne ampliata per l’occasione “otturate le antiche finestre, coperte le navate con volte a lunette, aggiunta una quarta navata a notte, distrutte le absidi e costruito un ampio presbiterio che allungò di molto le navate, furono rifatti i pilastri in forma cilindrica ed intonacati di stucco lucido tipo marmo….”. Ad un’opera che ha come committente la comunità corrisponde anche un’opera eseguita negli stessi anni dai Gritta, è infatti nel 1591 che Gerolamo Gritta a nome del figlio Enrico istituisce la cappellania nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ai palazzi con diritto di patronato del fondatore indi dei suoi successori che avrebbero posseduto il castello e la rocca di Vicolungo. Come segno tangibile della devozione alla Madonna il Gritta commissiona la decorazione della cappella che procede celermente tanto che nel 1593 si può già considerare in gran parte conclusa. La data viene incisa sulla base dello stemma gentilizio dei Gritta, posizionato sopra l’affresco della Vergine. Questa data è stata scoperta solo di recente durante la campagna di restauri, promossa dal comune, infatti la scritta può essere vista solo grazie all’ausilio di una scala in quanto con la chiusura dell’arco di accesso posto ad ovest si è persa la possibilità di arretrare fino a poter guardare sopra il grosso fregio che divide le pareti dalla volta. Quasi certamente la cappella non fu conclusa in solo tre anni ma si può ragionevolmente pensare ad una sua consacrazione con i lavori, se pur in parte completati, ancora in corso. I Gritta si confermano così come i personaggi più importanti della comunità di Vicolungo mantenendo comunque stretti rapporti con la città di Novara dove hanno un posto nel consiglio dei nobili cittadini. Inoltre nel 1593 con la salita alla cattedra vescovile del potente vescovo Bescapè Gerolamo Gritta assume l’incarico di ufficiale per l’amministrazione della giustizia civile e penale sul territorio della Riviera d’Orta, insieme a Curzio Gattico e Giovanni Francesco Caccia. Il 6 luglio 1601 Gerolamo Gritta dettò il suo testamento al notaio Giovanni Agostino Torelli. Nel documento il Gritta affermava che, in mancanza di eredi maschi, donava tutti i beni di sua proprietà al fratello Alessandro con la clausola che, nel caso in cui anch'egli non avesse avuto figli maschi, alla sua morte tutti i beni sarebbero passati all'Ospedale Maggiore della Carità di Novara. L'entità dei beni di proprietà Gritta è desumibile da un inventario, redatto a seguito della morte di Gerolamo Gritta, il 7 giugno 1607; questi consistevano nella cascina Chiarotta, la cascina Fornace, la rocca, con i diversi casamenti, diverse case nel rione Trovà, la casa detta del Ghetto, la terza parte dei due mulini di Vicolungo ed altre case, non ben specificate, poste nei comuni di Vicolungo, Biandrate e S.Pietro Mosezzo più diversi terreni nei sopracitati comuni ed in Casaleggio. In questo inventario il castello e l'area circostante vengono così descritti: "Vi è una rocca in Vicolungo con diversi edifici computata la casa appresso al mulino della rocca, con giardino; il tutto confina a mattina con l'edificio acquistato da Alessandro ad Andrea del Signore mediante la roggia del mulino e lo stesso mulino, ad occidente con la piazza del castello, a settentrione con un luogo guasto e con la casa di Alessandro. Annessa vi è la fossa che serve anche da peschiera. Infine una casa con torretta per colombi e terreno guasto, situati entro il castello del comune, a cui confinano a mattina la piazza dello stesso castello e la casa di Carlo Arborio, a sera e a mezzogiorno la piazza pubblica appena costruita dal comune, mediante il fossato, a settentrione il forno della comunità. In mezzo al terreno guasto vi è un ponte di legno che serve per andare alla chiesa.". Alessandro divenne proprietario solo di una parte del castello e dei beni del fratello, alcuni dei quali concedeva in affitto, la restante parte era passata per eredità fideicommissaria a Giovan Battista Caccia di Mandello: "...li beni che son dell'eredità fideicommissaria del Sig. Girolamo Gritta, cioè la rocca di Vicolungo, la casa e la cortazza di Novara in parrocchia di S.Giulio, beni di S.Pietro, la cassina Chiarotta con i suoi beni, cassina Grande ed altri beni in Vicolungo.". A seguito della morte di Alessandro un secondo inventario, più dettagliato, il 21 luglio 1628, elenca i beni di Vicolungo di proprietà Gritta: " Cassina appellata in Taulei ... Cassina de Barazzoli ... Casa di Oriolo ... Cassina Gritta ... Casa ed edifici altroua di sopra ... sedime da massaro al San Martino ... cassina altroua di sopra ... altra cassina altroua di sopra ... Sedime in mezzavilla ... Sedime da pigionante in mezzavilla ... Sedime da manuale in mezzavilla ...Sedime da nobile nel castello di Vicolungo detto la casa de Corti ...casa in cui abitava Alessandro ...". Le cascine indicate sono quasi tutte quelle presenti sul territorio di Vicolungo. Particolare attenzione merita la "Cascina Gritta", così descritta: "Una porta grande da carro verso mattina, tre portelli verso monte, un altro verso mezzodì, un altro a sera ... Un corpo di casa verso mezzodì ... verso sera una stalla, uno pollaro ed uno stabbio ... Quattro torrette tonde una per cantone con suo celo per cadauna torretta d'assi ... Uno pozzo murato coperto da coppi fatto in volta piantato nel cortile sopra quattro colonne in marmo bianco con sue mura all'intorno ...", questa cascina, i cui confini non sono specificati, è la "Cascina Palazzi verso mattina" che fu venduta, unitamente alla "Cascina dei Taulei" il 5 gennaio 1745 dall'Ospedale Maggiore di Novara a GioBenedetto Prachetti. Alla morte di Alessandro, nel 1628, sorse la questione dell'assegnazione dell'eredità in quanto si riteneva non esistessero eredi diretti legittimi; diversi accampavano, comunque, diritti sui beni dei Gritta. La discussione principale avvenne tra Enrico Gritta, figlio ritenuto illegittimo di Alessandro, e Giuseppe Caccia di Mandello, figlio del fideicommissario Giovan Battista Caccia. Enrico Gritta, sposato nel 1626 con Costanza Belcredi,riuscì infine a dimostrare la sua legittimità. Con Enrico Gritta il castello rinasce a nuovo splendore. Consigliato e guidato dal suocero, Pietro Martire Belcredi, Enrico fa affrescare le stanze della sua casa all’interno delle mura ed erige un portichetto che pone in comunicazione l’abitazione con la corte interna. La decorazione delle stanze è composta da 34 “imprese” dieci per ognuna delle stanze più piccole e 14 nella grande sala con camino, le imprese, molto in voga nel XVI secolo, sono “ rappresentazioni simboliche di un proposito, di un desiderio, di una linea di condotta per mezzo di un motto e di una figura che vicendevolmente si interpretano”. Il Castello, foto dell'epoca Nell’aprile del 1635 giunge a Vicolungo Giacomo Goria Vescovo di Vercelli esule dalla sua dicesi a seguito dei dissidi con i Savoia. Vittorio Amedeo I aveva scacciato Monsignor Goria dalla sede vescovile alloggiando in curia la sua corte e trasferendosi egli stesso. Enrico Gritta accoglie il vescovo e lo alloggia nel rivellino posto ad est della rocca un tempo utilizzato come abitazione dal padre Alessandro. La sede vescovile si installa quindi a Vicolungo e perdurerà fino al 28 febbraio 1638 giorno in cui il Vescovo lascia Vicolungo per riappropriarsi del suo palazzo in Vercelli. In paese resterà per sempre la memoria di questo avvenimento con la denominazione di Vescovado data al palazzo dove per tre anni si svolsero i lavori della sede vescovile. Nel frattempo morì Enrico lasciando la moglie come tutrice dei figli ancora minorenni tra cui Carlo, il primogenito, destinato a succedere al possesso dei beni dei Gritta. Alla morte di Carlo, avvenuta verso il 1670 , la tenuta avrebbe dovuto, in virtù del testamento di Gerolamo Gritta, passare di proprietà all'Ospedale Maggiore di Novara ma su di essa accampavano dei diritti i Caccia di Mandello in quanto Costanza Belcredi, vedova di Enrico Gritta e madre di Carlo, si era risposata con un Caccia ritenendosi così erede sia dei beni dei Caccia che dei Gritta. L' 8 giugno 1686 si giunse ad un compromesso secondo il quale due terzi della tenuta venivano considerati di proprietà dell'Ospedale ed il restante terzo di Costanza Belcredi Caccia e delle sue figlie. L'Ospedale destinò la sua parte ad azienda agricola affittandola nel 1688, con durata novennale, ai fratelli Francesco e Cristoforo Portalupi. Il contratto fu rinnovato, per altri nove anni, a Francesco Portalupi e successivamente, ancora con durata novennale a Melchiorre Vallio. Nel frattempo tra l'Ospedale Maggiore ed i Caccia vi furono numerosi disaccordi sull'esatta entità dei beni spettanti ad uno o all'altro proprietario; tanto da giungere, nel 1694, ad una causa per l'effettiva spartizione della tenuta. Avvenuta la spartizione l'Ospedale continuò a destinare la sua parte ad azienda agricola che, dopo il Vallio, fu affittata da Giovanni Battista Polo per il periodo 1715/1742 . Con la vendita, eseguita il 22 settembre 1744, da parte del conte Giuseppe Caccia all'Ospedale tutti i beni lasciati in eredità dalla famiglia Gritta furono riuniti sotto un unico proprietario anche se ormai si era persa ogni funzione difensiva e nobiliare degli edifici da quel giorno destinati a diventare un’azienda agricola. Il 28 aprile 1856 l'affittuario, Carlo Bramante, scrive una lettera all'amministrazione dell'Ospedale Maggiore per sollecitare il restauro della casa d'abitazione, posta nel castello, in quanto "...trovandosi questa disposta e piazzata in modo da aver pochissima luce, insalubre e con poca ventilazione, a motivo della vasta ed alta torre del castello sita precisamente nell'angolo di levante a mezzodì di tutto il fabbricato ed anche per altri ivi vicinissimi fabbricati all'intorno, per cui fu sempre causa di continui malori a tutta la mia famiglia ... La domanda del sottoscritto non sarebbe una rinnovazione ma solo sistemazione, dilatando la corte col dimolire parte dell'attuale caseggiato ...". L'agente di campagna, ingegnere Antonio Perlati, dopo un sopraluogo, ritiene che la casa debba essere interamente demolita per ricostruirne una nuova addossata al lato ovest della rocca. Si demolì quindi tutta la prima cerchia di mura del castello e l'ingresso con ponte levatoio e postierla costruito dal Rabozio sul preesistente ricetto. La presenza, in questa parte demolita, di murature in ciottoli, probabilmente disposti ad "Opus spicatum" è confermata da una lettera esplicativa sul deconto delle opere nella quale l'ingegnere Perlati fa presente che "....sperava di poter adoperare tutto il materiale proveniente dalle demolizioni del vecchio fabbricato, ma ebbi a riconoscere che in gran parte era costruito con ciottoli per cui inservibile.". Si perse così una parte della storia di Vicolungo e del suo antico castello. Il complesso fortificato assunse così la sua composizione attuale e l’Ospedale continuò ad affittarlo per usi agricoli. Pur avendo perso ogni funzione difensiva ed ogni velleità nobiliare il castello rappresenta ancora oggi il sogno di un condottiero che costruì una fortezza grazie all’onore conquistato sul campo di battaglia “ nonché con non modico detrimento del suo patrimonio “ (parole di Antonio Rabozio tratte da una sua lettera a Ludovico il Moro). Questo sogno è ancora oggi una realtà ed un mirabile esempio di architettura dell’età sforzesca giunto pressoche intatto fino a noi. Da: http://www.comune.vicolungo.no.it/index.php?option=com_content&view=article&id=44&Itemid=132

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  • Uploaded on February 25, 2012
  • © All Rights Reserved
    by Marco Jokrah
    • Camera: FUJIFILM FinePix S3100
    • Taken on 2004/01/01 00:03:43
    • Exposure: 0.005s
    • Focal Length: 6.00mm
    • F/Stop: f/5.000
    • ISO Speed: ISO64
    • Exposure Bias: 0.00 EV
    • No flash

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