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Photo Renzo PATRIZIO's conversations

Un mondo intièro fracà drento i dièse metri quadri de un reparto, de razhe tute quante, de tute ‘e reijón: slavi e indiani, romèni e neri, atei e cristiani, musulmani o de jèova, del demonio dea fame o del dio dei schèi, tuti mis.ciàdhi, cussì, tuti deventàdhi un fià pì fradhèi fra de lori, là, tuti tacàdhi a nasarse l’udhór de scorédhe, del sudhór, a capirse a segni, a ociàdhe, a sfantàr zhèrte idèe baénghe de chi che l’é mèjio, là, tuti compagni ‘dèss, che tanto sot i guanti de gòma no’ se ‘o intìva pì ‘l coeór dea pèl, a pissàr, un bianco e un nero vizhìni, al cesso, a passàrse un co’ cheàltro un soriso strac, ‘na ciave inglese, a farse passàr chel tenpo robà, contar ‘e spese.

contare le spese. Joussuf i ‘o ‘à mess a ciapàr tòchi drio ‘na multilame. L’é un fià lento, ‘ncora, calche steca ‘a ghe passa via, sora i rui, ‘a ghe casca par tèra; ma lu ‘l sa che ‘l pòl deventàr pì sguèlto, co’l tenpo, e ‘lora no’ el ghe bada ae paròe che ‘l capo che zhiga drio, te chea lengua cussì stranba, anca se l’à capìo che tante le ‘é bestéme, anca se lo sinte che a lu no’ ghe piase ‘l coeór dea só pèl, che no’l voràe ‘verlo fra i pie no’l ghe bada parché, fra ‘na steca ciapàdha e una che casca, el vede i fiòi e só fémena scanpàr via daa fame; tornàr far faméjia.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti...

(Cesare Pavese "La luna e i falò")

SERMIDE E I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA

noi,potenziali discendenti di Sir Lancillotto

È sconsigliabile avventurarsi nello studio del passato coniugando realtà e leggenda. Sappiamo bene che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”, quindi occorre sfuggire il rischio di una contaminazione fuor¬viante. Ma quando ti capita, per caso sotto gli occhi, l’appiglio per l’inevitabile combinazione, allora è proprio difficile respingere l’involontaria tentazione. Così mi è successo mentre guardavo “King Arthur”, recente film sull’ennesima versione della vita di Artù; appunto fra realtà e leggenda. Questa volta si è inteso identificare il celebre re in un cavaliere romano della Britannia, Artorius, al crepuscolo dell’Impero, a capo di un valoroso manipolo di cavalieri sàrmati a difesa del Vallo di Adriano, tra i quali il celebre Lancillotto. Stop. Come? Ha detto proprio “Sàrmati”? Via al cortocircuito mentale. Sàrmati…Sàrmati…Sàrmati: Sermide! La consultazione dei testi di storia locale ha confermato l’impressione. I Sàrmati, proprio loro, più volte citati quali fondatori di Sermide, l’antico popolo nomade di stirpe iranica, originario dello sconfinato Bassopiano Sarmatico, le grandi pianure est-europee e asiatiche tra Danubio e Don che oggi comprendono paesi come Russia e Polonia. Chiamati prima da Costantino il Grande, poi al seguito del re longobardo Alono, i Sàrmati discesero in Italia fra IV e VI secolo d.C., insediati come dissodatori/coltivatori e a presidiare confini naturali strategici quali gli Appennini e il guado del Po. Al tempo dell’imperatore, in Italia c’erano già 15 gruppi di Sàrmati detti Gentili. Ne sono testimoni diversi insediamenti che tutt’ora riportano nomi inequivocabili: Sàrmato nel Comune di Piacenza, Sàrmede nel Trevigiano, Sàrmeola in provincia di Padova, la bolognese Sàrmita e la nostra Sèrmi¬de (in un documento del 749 chiamata “Sàrmata” e nel dialetto corrente “Sèrmat”). Pare che da noi i Sàrmati, ottimi cavalieri e produttori d’arte, giunsero attorno al 568 d.C. . Dunque scartata, definitivamente, l’antica teoria di “Vicus Serninus”, villaggio a ridosso del fiume Gabellus (Gavello) sulla strada militare Emilia-Altinate. Torniamo a Lancillotto e ai suoi cavalieri, di cui tutti conosciamo le gesta più o meno mitiche accanto ad Artù, Ginevra e Merlino. Leggenda che, forzando un po’ le cose, condurrebbe a deduzioni in fin dei conti improba¬bili ma non impossibili, comunque stuzzicanti. Vuoi che amici, parenti, eredi o magari gli stessi cavalieri arturiani non abbiano avuto proprio niente a che fare con chi si insediò sul Po a fondare Sermide? Quanto è possibile dilettarsi a congetturare in tutta la vicenda di Camelot o Avalon che dir si voglia con quel tanto di “sarmatesità” che in qualche modo ci coinvolge? A proposito: anche sull’identificazione geografi¬ca del regno di Artù le ipotesi hanno travalicato confini impensabili. Sta a vedere che…Magari l’Isola Schiavi.

Tu sei la nube della sera che vaghi nel cielo dei miei sogni. Sempre ti dipingo e ti modello con i miei desideri d'amore. Tu sei mia, soltanto mia, abitatrice dei miei sogni infiniti! I tuoi piedi sono rosso-rosati per la fiamma del mio desiderio, spigolatrice dei miei canti al tramonto! Le tue labbra sono dolci-amare del sapore del mio vino di dolore Tu sei mia, soltanto mia, abitatrice dei miei sogni tristi e solitari! Con l'ombra della mia passione ho oscurato i tuoi occhi frequentatrice degli abissi del mio sguardo! T'ho presa e ti stringo, amore mio, nella rete della mia musica. Tu sei mia, soltanto mia, abitatrice dei miei sogni immortali!

La luna enorme ascende tanto più grande del sole scacciato dall’ombre ed esigente muove senza calore come il serpente la cupidigia la forma vivente e scivolosamente richiama con piacere succhia con pazienza le maree segrete avidamente. Oh germi della terra uscita uscite generosamente! Il sole che ha donato la luna lo riprende che nuda non ha niente se non le maschere i molti inganni le varie occhiate l’astuzia sopraffina la barbara violenza di cui risplende ( alberto caramella )

Buja di Udine 13 Marzo 2009

Viviamo in tempi infami dove il matrimonio delle anime deve suggellare l'unione dei cuori; in quest'ora di orribili tempeste non è troppo aver coraggio in due per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa dovremo innalzarci, sopra ogni cosa, coppia rapita nell'estasi austera del giusto, e proclamare con un gesto augusto il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c'è di dirtelo. Tu la bontà, tu il sorriso, non sei tu anche il consiglio, il buon consiglio leale e fiero, bambina ridente dal pensiero grave a cui tutto il mio cuore dice: Grazie! ( Paul Verlaine )

In questi giorni abbiamo avuto la fortuna di trovarci coinvolti in interessanti discussioni attorno a quella oscura materia che, per semplicità, chiamiamo verità. I nostri interlocutori sono state persone estremamente colte ed intelligenti ma, a nostro avviso, accecate da quella prospettiva che fa del neopositvismo il solo approccio al ragionamento accettabile nel nostro tempo. Non vogliamo intraprendere un'analisi di questa materia in questa sede, non avendo né il tempo né le capacità, ma ci limitiamo a dare qualche suggestione per sottolineare quella differenza di metodo che ci appartiene e caratterizza. Per farlo ci serviremo delle parole di Jiduu Krishamurti, giunte alle nostre orecchie proprio in tempestiva coincidenza di queste discussioni. Strana fortuna, anche se si sa: "la fede nella coincidenza è la superstizione prevalente nell'età della scienza". A voi il testo: La verità è una terra senza sentieri. L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente.

Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

(text: Jiddu Krishnamurti, Londra, 21 ottobre 1980 )

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