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Lustignano
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Lustignano - Comune di Pomarance (PI)

IL CASTEL DI CORNIA di Antonella Manfredi

Il Castel di Cornia, conosciuto anche come Torraccia o Castelluccio di Cornia, si trovava nell'Alta omonima valle, sul crinale posto alla confluenza tra l'omonimo fiume ed il suo affluente Turbone, 8 km. ad E di Monteverdi, nei pressi della Leccia. Lo Schneider riteneva a torto che Castel di Cornia si identificasse con la località detta Cornino citata nelle fonti sin dal secolo VIII e situata invece nella parte media della Val di Cornia. Difficoltà d'interpretazione delle fonti documentarie sull'ubicazione del Castello derivano anche dall'esistenza di un altro omonimo castello situato sul M. Pilli, nei pressi di Campiglia Marittima. Una serie di donazioni a favore del Monastero di S. Giovanni sito in Cornia consente però di collocare con certezza il nostro Castel di Cornia nei pressi di Lustignano, lì dove si trovano attualmente i suoi ruderi. "Intus Castelo de Cornia territurio voloterrense" nel 1025 fu registrata una carta di donazione fatta da Judo fu Odo a favore del citato Monastero sito nel "poio de Cornia" e nel 1038 in un'altra donazione fatta da Addo di Milo sempre a favore del Monastero, si legge "sito in Castello de Cornia propre flumen Tarbone". L'origine del castello, già dotato di una propria corte con monastero e chiesa, si può quindi collocare intorno al Mille ad opera di una famiglia signorile locale, legata presumibilmente all'Abbazia regia di S. Pietro in Palazzuolo di Monteverdi che ancor prima del secolo XI possedeva diritti sul tenimento di Cornia e su alcuni mulini lungo il fiume. Un lungo intervallo di tempo separa queste notizie dalle successive attestazioni. Bisogna infatti arrivare al secolo XII, epoca in cui il castello è citato in una serie di diplomi imperiali che lo assegnavano alla potente famiglia dei Conti Alberti di Prato, i quali vi esercitarono la loro sovranità per quasi cento anni, fino alla dissoluzione del loro patrimonio in Maremma avvenuta intorno alla metà del secolo XIII. Gli Alberti, dapprima alleati di Firenze, intorno al 1140 si unirono a Pisa e, come questa, dopo la Dieta di Roncaglia del 1155, si misero sotto la protezione imperiale di Federico I, il Barbarossa. I Conti di Prato si videro allora confermare i privilegi su numerosi castelli a sud dell'Arno; tra questi anche Castel di Cornia che compare nel Diploma imperiale del 4 giugno 1155 di Federico I al Conte Alberto IV di Prato ed in un successivo Diploma del 10 agosto 1164. Nell'aprile del 1162 però lo stesso Federico confermava anche l'espansione territoriale del Comune pisano in Maremma, indicandone i confini che arrivavano a comprendere i castelli di Buriano, Querceto, Cornia e, più a Sud, Scarlino ossia i territori su cui anche gli Alberti vantavano diritti. Questo a conferma dell'alleanza politica tra la città e la famiglia comitale, a discapito della città di Volterra nella cui area i castelli in questione gravitavano. Infatti nel 1165, risultando ancora riottosi quei territori, Pisa inviò i due consoli Ranieri Gaetani e Lamberto Grasso accompagnati da Ildebrando di Pagano, giurisperito, per rendere effettivi i privilegi concessigli da Federico Barbarossa. Anche Castel di Cornia è tra quelli visitati. Ma in quest'area di confine dominata da grandi famiglie nobiliari, a partire dalla seconda metà del secolo XII si inseriscono gli interessi vescovili (vescovi di Volterra e Massa Marittima) e quelli delle città emergenti (Volterra, Siena, Firenze) attirati dalle possibilità di sviluppo economico e demico che la zona offriva grazie alla presenza di numerose vene metallifere e di importanti strade di comunicazione tra il nord ed il sud della Toscana. Già nella seconda metà del 1100 Papa Alessandro III con due successivi privilegi, uno del 1171 e l'altro del 1179, concedeva alla Chiesa volterrana ongi possesso e bene su un vasto territorio tra Val di Cecina e Val di Cornia, comprendente anche la chiesa di Castel di Cornia. Nell'ultimo quarto del secolo XII, che il dominio degli Alberti su Castel di Cornia venga meno a favore del vescovo di Volterra è evidente dai diplomi imperiali emanati tra 1186 e 1220 da Federico I e poi da Federico II, attraverso i quali il vescovo acquisisce sempre più diritti su di esso. Dopo tale epoca ed in seguito alla suddivisione del patrimonio del defunto Conte Alberto IV avvenuta agli inizi del 120012, gli Alberti sembrano non avere più potere sul castello ormai entrato, come molti altri della zona, nell'area d'influenza volterrana. Agli inizi del 1200 sono infatti numerosi i castelli che pur appartenendo alla famiglia comitale, giurano fedeltà alla Comunità di Volterra13. A questo periodo risalgono le ostilità tra Rinaldo conte degli Alberti e Volterra a proposito dei diritti su Castelnuovo Val di Cecina, ostilità che si conclusero solo con la vendita del castello ai volterrani nel 1213. Rinaldo vendette anche altri castelli della Val di Cornia e della Val di Cecina, ciò che segnò il definitivo declino della famiglia Alberti a vantaggio di altre famiglie nobiliari legate soprattutto al vescovo di Volterra, tra le quali i Pannocchieschi. Nel 1224 Castel di Cornia viene riconfermato da Federico II tra i possedimenti del vescovo di Volterra Pagano de' Pannocchieschi, insieme a Leccia, Fosini, Berginone, Castiglion Bernardi, Serazzano, Monteverdi, Micciano e metà di Acquaviva16, e sembra che gli Alberti lo vendessero al Comune di Volterra nel 1246. Questo favorì la ripsresa delle ostilità tra Comune e vescovo che si risolsero nel 126318 quando il castello fu distrutto dai Pannochieschi di Castiglion Bernardi19. Ancora nel 1277 però il vescovo ne rivendicava i diritti come distretto vescovile20, ma all'epoca si può presumere che il castello fosse già stato abbandonato anche dagli ultimi abitanti captati senz'altro dal vicino castello di nuova fondazione Lustignano21. Conferma dell'avvenuto abbandono si trova infatti in un Processo di Confinazione del 31 marzo 1296 in cui Castel di Cornia è indicato per due volte "castelaris castri de Cornia". Alla fine del secolo XIII e per tutto il secolo XIV, sebbene il castello compaia sempre come castri et castelaris de Cornia o come curte et castellare de Cornia, il Comune di Volterra appare interessato ad acquisire i diritti sulle miniere di argento, zolfi ed allumi di cui era ricco il possedimento intero acquistandone una sesta parte nel 1299 da Ghino di Ruggerino del Sasso, dei Lambardi di Cornia e nel 1320 i rimanenti diritti che competevano all'abate di Monteverdi . La rimanente parte del possedimento di Cornia appartenuta a Ghino di Ruggerino viene da questi ceduta a Jacopo di Barone Allegretti, cittadino volterrano, a saldo di precedenti debiti. Nel 1350 il Comune vendette i diritti sul castello ai nobili De' Rossi di Firenze che ne rimasero proprietari sino al 1452, quando lo vendettero al vescovo di Volterra Giovanni Neroni. Da questo momento in poi il castello e tutto il suo tenimento sembrano essere completamente abbandonati poiché non si rintracciano altri riferimenti documentari. Ad oggi la Torre rientra nel possedimento della Fattoria di Vechienne.

IL CASTEL DI CORNIA OGGI

All'interno di una cinta muraria poligonale costruita seguendo la naturale orografia del colle, si trova la Torre del Castelluccio, la struttura meglio conservata di un complesso architettonico più vasto comprendente anche alcuni ambienti addossati alla stessa cinta sul lato nord-ovest ed alcuni altri lacerti murari individuati nell'angolata ovest della torre. Sul lato nord-ovest del sito, in prossimità degli ambienti su citati, si doveva trovare l'accesso al castello, come farebbero supporre l'ispessimento della cinta muraria, la presenza di alcuni alloggiamenti per pali di chiusura e di feritoie. A causa della vegetazione invasiva non è stato possibile indagare ulteriormente sul reale andamento della cinta muraria, né sulle fasi costruttive, materiali e tecniche utilizzati. Da una serie di fotografie scattate al castello nel 1987, in occasione del taglio del bosco, si deduce comunque che consistenti resti della cinta muraria si troverebbero sui lati nord-est e nord-ovest dell'insediamento. La muratura appare realizzata in conci di piccola pezzatura legati con malta, ad eccezione delle angolate costruite con conci incatenati, squadrati e spianati. Sul lato nord-est si nota la presenza di alcune feritoie; sul lato nord-ovest è evidente l'esistenza di un ambiente a base quadrangolare, addossato alla cinta muraria e munito di una feritoia. Già nel 1987 queste strutture sembravano versare in un avanzato stato di degrado per la presenza di numerose lesioni, tratti crollati e, soprattutto, per l'intervento antropico che ha provocato la distruzione di un tratto di cinta muraria a nord-ovest, abbattuta per aprire un passaggio ai mezzi impegnati nel taglio e trasporto del legname. La Torre è attualmente l'unico manufatto visibile ed ispezionabile. A pianta quadrangolare, con lati di circa mt. 9, raggiunge un'altezza massima di circa mt. 16 sui lati sud-est e sud-ovest. Appare costruita in due ben distinte fasi, evidenziate sia dalla variazione della tecnica costruttiva che dal materiale impiegato. La prima fase costruttiva, realizzata presumibilmente agli inizi del secolo XI, è visibile nei quattro lati per un'altezza variabile da 2.50÷5.00 mt.; è caratterizzata da conci di calcare miocenico di medie-grandi dimensioni (40÷60 cm) murati in corsi orizzontali e paralleli, con angolate regolari a conci incatenati. La struttura è stata innalzata direttamente sulla roccia di base affiorante, come si osserva sui lati nord-est e sud-est. L'avanzato stato di degrado del calcare miocenico (polverizzazione, disfacimento e distacco degli strati superficiali) non consente di verificare il tipo di lavorazione dei conci a vista. La seconda fase costruttiva è realizzata con conci di piccole/medie dimensioni e materiale erratico differenziato, proveniente presumibilmente dai depositi fluviali limitrofi all'insediamento. Le pietre sono murate in corsi orizzontali paralleli. In questa seconda fase si notano diverse obliterazioni della muratura originaria, ripristinate comunque con una tecnica simile e con gli stessi materiali. I conci utilizzati sono stati spianati nella superficie a vista e lungo i piani d'attesa. La torre era coronata da beccatelli a tre ordini, residuati oggi soltanto nei lati sud-est e nord-est. L'altezza della torre doveva ancora innalzarsi al di sopra di questi, elementi funzionali alla difesa ed alla presenza di un apparato a sporgere in legname (ballatoio, bertesca). In relazione alla difesa è anche da mettere la presenza delle feritoie su tutti i lati, eccetto il lato lato sud-est. L'accesso alla torre, al piano primo nel lato nord-ovest , era munito di un ponte levatoio, come farebbero supporre gli alloggiamenti per tiranti ubicati ai lati del vano porta, e protetto da una feritoia affiancata, e da un'altra al sottostante piano di campagna. Anche all'interno si evidenziano due distinte fasi di vita principali. La prima fase era caratterizzata da tre livelli, oltre al piano terra tuttora esistente ma interrato, separati da strutture orizzontali a volta in pietra, come si evince dalle tracce lasciate nella muratura. Dopo il crollo della struttura originaria ed un periodo di abbandono, la torre conobbe una nuova fase di vita (presumibilmente la prima metà del secolo XV), durante la quale furono variati i livelli interni a favore di una maggiore altezza dei piani. In questo caso furono costruiti solai in legno le cui tracce sono ancor oggi ben evidenti nelle buche pontaie sussistenti nella muratura. In tutti e due le fasi di vita furono utilizzate scale in legno retraibili dato che non si osservano tracce di tali strutture in nessuna delle pareti. La massiccia struttura della torre con un notevole spessore murario perimetrale (circa mt.150) rimanda ad un suo uso prettamente difensivo, anche se non è da escluderne l'uso abitativo, come farebbe supporre la presenza di alcuni elementi: grandi aperture sui lati nord-ovest e sud-est, nicchie ed una sorta di latrina ricavate nello spessore della muratura dell'angolata sud, tracce di un sistema di riscaldamento formato da camini con canne fumarie comunicanti tra i vari livelli. Lo stato di conservazione della struttura: a parte il degrado dei materiali dovuto agli agenti esogeni ed alla vegetazione invasiva, la struttura è interessata da una profonda lesione verticale che riguarda tutta l'angolata sud. La lesione, apparentemente statica, è di vecchia formazione come indicano alcune fotografie del 1987 ed è stata probabilmente causata all'alleggerimento della muratura in quel punto, dovuto alla formazione del vano latrina. Ciò nonostante la crescita della vegetazione sulla cresta dei muri, con infiltrazioni profonda di radici, l'impoverimento e dilavamento della malta di coesione dovuto alla continua infiltrazione delle acque meteoriche e la mancanza delle strutture orizzontali possono accelerare il processo di degrado e causare un collasso della struttura.

Gli stessi problemi si osservano nell'angolata ovest interessata dal distacco della cortina esterna dal nucleo di riempimento e dal conseguente crollo dei materiali. Questa lesione, seppure superficiale rispetto alla precedente, mostra un dinamismo in atto, visibile anche dallo sfalsamento dei corsi murari dell'angolata, ceduti di alcuni centimetri rispetto alla muratura legata. Distacchi della cortina sono evidenti anche sul lato nord-ovest, al di sopra dell'ingresso, ed interessano tutta l'area intorno alle aperture.

Da www.lustignano.it - Panorama su Isola d'Elba

Da www.lustignano.it

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