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L’oratorio della Madonna dei Campi. La prima notizia storicamente documentata risale al 5 Settembre 1589. La costruzione deve il proprio valore artistico alla parte decorativa costituita di due cicli di affreschi databili rispettivamente al 1580 e al 1635: il primo evidenzia una serie di figure di Santi tra cui il Santo guerriero provenzale San Bovo, il secondo rappresenta scene di vita della Madonna.
Il suo nome, Macario, significa “felice”, “beato”. Ma ci sono ignote la sua famiglia, il luogo di origine e buona parte della sua vita. Lo conosciamo soltanto come vescovo di Gerusalemme, la città che è santa per gli Ebrei come luogo dell’unico Tempio innalzato all’unico Dio, e per i cristiani, come luogo della crocifissione e della risurrezione di Gesù Cristo.
Ma, all’epoca di Macario, Gerusalemme non c’è più. Già nell’anno 70, dopo aver schiacciato un’insurrezione antiromana, il futuro imperatore Tito aveva distrutto il Tempio.
Nel 135, poi, dopo un’altra rivolta al tempo dell’imperatore Adriano, la città stessa è stata rasa al suolo, perdendo anche il nome: sulle sue rovine è sorta infatti una colonia romana chiamata Aelia Capitolina, col suo Campidoglio costruito sul luogo della sepoltura di Gesù.
Macario vive come vescovo un momento importantissimo. Dopo l’ultima persecuzione anticristiana, ordinata e poi disdetta dall’imperatore Galerio (anni 305-311), i suoi successori, Costantino e Licinio, danno ai cristiani piena libertà di praticare la loro fede, di celebrare il culto, di costruire chiese.
È la “pace costantiniana” estesa a tutto l’Impero, e dunque anche a Gerusalemme, dove Macario si mette al lavoro; ottiene dal sovrano il consenso per abbattere il Campidoglio, e così fa tornare alla luce l’area del Calvario e del Sepolcro. Su di essa sorgerà più tardi la basilica grandiosa della Risurrezione. Qui verrà in pellegrinaggio anche Elena, la vecchia madre di Costantino, prima di una serie infinita di pellegrini.
Negli stessi anni c’è nel mondo cristiano un’aspra divisione, provocata dalla dottrina del prete libico Ario, sulla natura di Gesù Cristo. Macario, da Gerusalemme, si oppone subito alla dottrina ariana, e interviene poi nel maggio del 325 al Concilio celebrato a Nicea (presso Costantinopoli), dove viene confermata la dottrina tradizionale.
Si ritiene anzi che il vescovo Macario sia stato uno degli autori del “Simbolo niceno”, ossia del Credo che ancora oggi pronunciamo nella Messa, professando la fede "in un solo Dio, Pare Onnipotente" e "in un solo Signore, Gesù Cristo... Dio vero da Dio vero".
La chiesa e le case antiche del borgo spuntano da lontano sul crinale di una collina coperta di vigneti. Sul far della sera, si assiste ad uno spettacolo unico: il sole che tramonta sulla pianura colorata di rosso e la luna che si alza sopra le montagne verde scuro.
Da sempre questa è una terra di transito tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia, ma con un’identità eno-gastronomica inconfondibile.
Sui rilievi crescono uve bianche e rosse da cui si producono vini densi e fragranti, sulle vallate maturano grandi pesche profumate, sui pascoli di montagna si allevano suini, ovini e bovini da cui si ottengono ghiottonerie come il salame “Nobile del Giarolo”, il formaggio Montèbore e la “carne all’erba”.
Nel panorama vitivinicolo di Monleale in provincia di Alessandria un posto di una certa importanza spetta al Timorasso. Si tratta di un vino bianco autoctono di qualità, coltivato nelle Valli Curone, Grue, Ossona e Val Borbera.
La sua produzione è assai limitata, ma di alta qualità. Il vino che se ne ricava, di buona struttura, è molto rinomato; appartiene all’ultima generazione dei “bianchi” della provincia di Alessandria, nonostante le sue origini antiche. Il Timorasso, infatti, è un vino che gli agricoltori di queste zone hanno prodotto fin da tempi remoti, ma che solo in anni recenti, verso la fine degli anni ottanta, dopo un periodo si abbandono, hanno ripreso ad impiantare.
Il grappolo si presenta medio-grande, abbastanza compatto, allungato; i suoi acini sono di media grandezza, con buccia di colore giallo-verde.
La produttività del Timorasso è abbastanza incostante; in compenso il vitigno è resistente alle malattie e agli eventi atmosferici. Il vino prodotto è bianco asciutto, corposo e più alcolico del Cortese; i dati di alcune recenti prove lo indicano anche adatto ad un breve invecchiamento.
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L’oratorio della Madonna dei Campi. La prima notizia storicamente documentata risale al 5 Settembre 1589. La costruzione deve il proprio valore artistico alla parte decorativa costituita di due cicli di affreschi databili rispettivamente al 1580 e al 1635: il primo evidenzia una serie di figure di Santi tra cui il Santo guerriero provenzale San Bovo, il secondo rappresenta scene di vita della Madonna.
SAN MACARIO
Il suo nome, Macario, significa “felice”, “beato”. Ma ci sono ignote la sua famiglia, il luogo di origine e buona parte della sua vita. Lo conosciamo soltanto come vescovo di Gerusalemme, la città che è santa per gli Ebrei come luogo dell’unico Tempio innalzato all’unico Dio, e per i cristiani, come luogo della crocifissione e della risurrezione di Gesù Cristo. Ma, all’epoca di Macario, Gerusalemme non c’è più. Già nell’anno 70, dopo aver schiacciato un’insurrezione antiromana, il futuro imperatore Tito aveva distrutto il Tempio. Nel 135, poi, dopo un’altra rivolta al tempo dell’imperatore Adriano, la città stessa è stata rasa al suolo, perdendo anche il nome: sulle sue rovine è sorta infatti una colonia romana chiamata Aelia Capitolina, col suo Campidoglio costruito sul luogo della sepoltura di Gesù. Macario vive come vescovo un momento importantissimo. Dopo l’ultima persecuzione anticristiana, ordinata e poi disdetta dall’imperatore Galerio (anni 305-311), i suoi successori, Costantino e Licinio, danno ai cristiani piena libertà di praticare la loro fede, di celebrare il culto, di costruire chiese. È la “pace costantiniana” estesa a tutto l’Impero, e dunque anche a Gerusalemme, dove Macario si mette al lavoro; ottiene dal sovrano il consenso per abbattere il Campidoglio, e così fa tornare alla luce l’area del Calvario e del Sepolcro. Su di essa sorgerà più tardi la basilica grandiosa della Risurrezione. Qui verrà in pellegrinaggio anche Elena, la vecchia madre di Costantino, prima di una serie infinita di pellegrini. Negli stessi anni c’è nel mondo cristiano un’aspra divisione, provocata dalla dottrina del prete libico Ario, sulla natura di Gesù Cristo. Macario, da Gerusalemme, si oppone subito alla dottrina ariana, e interviene poi nel maggio del 325 al Concilio celebrato a Nicea (presso Costantinopoli), dove viene confermata la dottrina tradizionale. Si ritiene anzi che il vescovo Macario sia stato uno degli autori del “Simbolo niceno”, ossia del Credo che ancora oggi pronunciamo nella Messa, professando la fede "in un solo Dio, Pare Onnipotente" e "in un solo Signore, Gesù Cristo... Dio vero da Dio vero".
La chiesa e le case antiche del borgo spuntano da lontano sul crinale di una collina coperta di vigneti. Sul far della sera, si assiste ad uno spettacolo unico: il sole che tramonta sulla pianura colorata di rosso e la luna che si alza sopra le montagne verde scuro. Da sempre questa è una terra di transito tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia, ma con un’identità eno-gastronomica inconfondibile. Sui rilievi crescono uve bianche e rosse da cui si producono vini densi e fragranti, sulle vallate maturano grandi pesche profumate, sui pascoli di montagna si allevano suini, ovini e bovini da cui si ottengono ghiottonerie come il salame “Nobile del Giarolo”, il formaggio Montèbore e la “carne all’erba”.
Nel panorama vitivinicolo di Monleale in provincia di Alessandria un posto di una certa importanza spetta al Timorasso. Si tratta di un vino bianco autoctono di qualità, coltivato nelle Valli Curone, Grue, Ossona e Val Borbera. La sua produzione è assai limitata, ma di alta qualità. Il vino che se ne ricava, di buona struttura, è molto rinomato; appartiene all’ultima generazione dei “bianchi” della provincia di Alessandria, nonostante le sue origini antiche. Il Timorasso, infatti, è un vino che gli agricoltori di queste zone hanno prodotto fin da tempi remoti, ma che solo in anni recenti, verso la fine degli anni ottanta, dopo un periodo si abbandono, hanno ripreso ad impiantare. Il grappolo si presenta medio-grande, abbastanza compatto, allungato; i suoi acini sono di media grandezza, con buccia di colore giallo-verde. La produttività del Timorasso è abbastanza incostante; in compenso il vitigno è resistente alle malattie e agli eventi atmosferici. Il vino prodotto è bianco asciutto, corposo e più alcolico del Cortese; i dati di alcune recenti prove lo indicano anche adatto ad un breve invecchiamento.