mauro vezzi
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mauro vezzi's conversations

“Dai che perdiamo il treno”. Quella mattina partimmo senza sapere che cosa ci attendesse.

“Alzati! Dai che altrimenti troviamo la coda! Perché oggi non arriviamo alle reti?”

Aspettammo che il treno abbandonasse la stazioncina, attraversammo i binari, c’infilammo in un largo varco che era stato aperto nella rete di recinzione della ferrovia e c’incamminammo per uno stretto viottolo attraverso i campi. In lontananza la pineta, la folta fascia di verde che costeggiava tutto il litorale. Non sapevamo bene dove andare, nella mente avevamo ancora le indicazioni di qualcuno che prima di noi aveva fatto quel percorso. Seguimmo il sentiero, il sole era ancora a mezza altezza. Una volta entrati sotto la coltre verde del bosco, la visibilità iniziò a scarseggiare. Proseguimmo, il percorso divenne tortuoso, certamente molti altri, prima di noi, l’avevano calcato. Ogni tanto, attaccati agli alti tronchi, delle lunghe scale di legno. Sapemmo in seguito che erano usate per la caccia al cinghiale. Sentivamo, subito di là dalla volta verde, il rumore delle onde che si frangevano sulla spiaggia. Decidemmo di piazzare lì, la nostra canadese.

La strada, come di solito, è costellata di cantieri. Chissà perché, anche questa volta, non siamo riusciti a partire di buon’ora. “Che dici, facciamo quella normale, o prendiamo l’autostrada?” Tutto sommato è andata bene, dopo la classica ora e dieci, ecco il cartello dell’uscita. “Rallenta, lo sai che c’è sempre la polizia”. Il lampeggiante è spento, ma il nostro occhio ormai esperto, li ha individuati, sì, proprio lì dove la strada penetra in quella fascia verde che ci divide dal mare. Rallentiamo ancora, davanti, dietro, di fianco a noi, gente a piedi, in auto, tanti in bicicletta; quelle tipiche biciclette da mare, quelle che anche se te le rubano… non t’importa poi molto. “Chissà se oggi troveremo posto per il parcheggio? Forse è meglio lasciarla qui”.

Sapevamo che avrebbe dovuto esserci un campeggio da qualche parte sulla destra, uno avrebbe dovuto essere anche sulla sinistra; forse c’erano, ma da lì riuscivamo a vedere solo bosco. Finalmente uscimmo alla luce del sole. Dietro alle dune che annunciavano la vicinanza della spiaggia. Ancora pochi passi e la distesa sabbiosa si dipanò sotto i nostri piedi. Sulla lunga fascia costiera non c’era, tutto sommato, molta gente. Gli ombrelloni si diluivano nell’immensa distesa assolata. A sud, in lontananza, qualcosa attirò la nostra attenzione. “Andiamo di là” Dopo un centinaio di metri, i bagnanti diminuirono drasticamente. La spiaggia era pressoché deserta. Circa un chilometro più avanti, una sagoma simile ad un castello c’incuriosì. La raggiungemmo quasi senza accorgercene, era una vecchia villa costituita da più corpi di fabbrica, semiabbandonata. Poco oltre un’altra simile. Ancora oltre ecco un vecchio capannone semidistrutto, uno scalcinato cantiere navale ormai abbandonato. Sull’arenile, ogni tanto, un paio di teli da mare ed un mucchietto di vestiti, denunciavano la presenza di vita umana.

A piedi entriamo nel campeggio. Alla roulotte qualcuno sta ancora facendo colazione. “Venite in spiaggia con noi?” ci chiedono. “No, troppa confusione, noi andiamo fino al castello, perlomeno.” Entriamo in spiaggia nel punto di più facile accesso. Sebbene l’ora sia ancora mattutina, già l’ammasso di corpi stesi è considerevole. L’accesso al mare è pressoché impedito da un cordone di venditori ambulanti, almeno questo era il vecchio termine con cui erano designati, ora possiamo tranquillamente definirli stanziali, poiché si piazzano nello stesso identico punto da un anno ad un altro. Zigzaghiamo tra gli ombrelloni, scavalchiamo qualche asciugamano, riusciamo a passare indenni attraverso il corridoio di lancio. Il tratto, vale a dire, dove sono messe in acqua le barche dei vacanzieri. Imperterriti proseguiamo. Laggiù, in lontananza, intuiamo il diradarsi dell’affollamento. Superiamo anche il tratto di spiaggia prospiciente l’ultimo campeggio. Come per incanto gli ombrelloni si distanziano, sempre di più, ma non abbastanza. Secondo una mia regola, la distanza tra due accampamenti non dovrebbe essere inferiore a 50 passi, 50 passi lunghi. Ancora avanti. A qualche centinaio di metri una costruzione che da sempre è entrata nel mio immaginario onirico. È l’ultimo (il primo per chi arriva) avamposto di un gruppo di fabbricati vetusti ma in parte ristrutturati. Ha l’aspetto di un castello, con una parte più alta simile ad una torre merlata e un’altra, rotonda, che si protende sulla spiaggia. Questo è uno dei punti più belli di quel tratto di costa. Il mare, a secondo del gioco delle correnti, ora qua, ora là forma delle secche dove l’acqua è profonda solo pochi centimetri. Quando soffia il maestrale, ma è poi il maestrale? Ho provato a chiedere in giro, tutti sono esperti di venti, scirocco, grecale, libeccio, marino, tramontana, gli esperti improvvisati elargiscono spiegazioni coadiuvate da detti popolari. “il libeccio dura sempre tre giorni” “la tramontana una settimana” Ci manca solo “rosso di sera bel tempo si spera” e siamo a posto. Quando soffia il maestrale dicevo, ammesso e non concesso che abbia indovinato, le onde raggiungono quasi l’alto muro che recinge la villa. È bello, al mattino, camminare verso sud. I raggi del sole, che penetrano in acqua da sinistra, donano una trasparenza degna d’altri lidi ben più rinomati. È indescrivibile, poi, la sensazione che a volte si prova camminando sulla sabbia, su quella sottile crosta indurita e perfettamente spianata che nella notte si è inumidita e poi seccata al sole della mattinata. La senti sgretolarsi sotto i piedi in un continuo, gradevole massaggio. Vedi le tue orme finalmente non confuse a quelle di mille altri piedi profanatori. È curioso, lungo le prime dune che si formano all’interno, cercare piccoli frammenti di pietra pomice portati, chissà da dove, dalle passate mareggiate; ed i rami, sbiancati, dalle curiose forme; e le conchiglie, magari meno appariscenti delle cugine tropicali, ma non per questo meno belle. Ogni tanto qualcuno che ti guarda domandandosi cosa tu stia facendo, per poi ritrovarlo, emulo delle tue ricerche alla scoperta di chissà cosa. Ma perché fermarsi? Oggi le reti ci attendono. La spiaggia è ora costeggiata da un alto muro di cinta, altri fabbricati si scorgono all’interno. Una vecchia cappella diroccata, una villa ben tenuta ma disabitata, un’altra villa, questa volta abitatissima, divisa in porzioni, viene affittata ai turisti. La spiaggia, inesorabilmente, si ripopola. Una folla omogenea nella sua eterogeneità; forse è una contraddizione, ma non ho mai capito la tipologia umana che popola quel tratto di costa. Sembra di entrare in casa a qualcuno, nonni con i nipotini, mamma con il figlio, il palestrato con la compagna appariscente, la coppia d’anziani coniugi, poi piscine gonfiabili sparse, ciambelle, paperette, ombrelloni e sdraio dalle più strane fogge; ma un minimo comune denominatore li unisce tutti, sembrano essere nel giardino di casa propria, tu non puoi far altro che passare senza fermarti. D’un tratto gli ombrelloni assumono una colorazione uniforme, le sdraio un dislocamento geometrico. Quello che era un vecchio cantiere abbandonato si è da poco trasformato in un moderno, anche se meno suggestivo, complesso alberghiero. Ristorante, piscina, camere, mini appartamenti. La tranquillità che regnava sovrana ormai non è che un vecchio ricordo. Provo ad entrare, orde di ragazzini vocianti mi circondano, camerieri mi dribblano per raggiungere i tavoli. Mi accorgo immediatamente che il mio posto non è lì, la spiaggia mi attende, sogno le reti.

La spiaggia si fece più stretta. Una rugginosa rete metallica interdiva l’accesso alla tenuta retrostante. Ogni tanto un rudimentale capanno in legno e rami intrecciati a scandire il percorso. Nessuno in giro, solo in lontananza del movimento mimetizzato dal riverbero. “ci siamo, è laggiù” La nostra meta inconscia si avvicinava. Il luogo tanto decantato da amici millantatori come fulcro di avventure erotiche ci si parava poco oltre. Era solo un semplice villaggio turistico, ma il nome francofono lo rendeva eccitante. Club mediterranee. Passandogli a fianco ci sforzavamo di coglierne l’essenza, immaginandoci chissà quali avventure potessero prendere vita al suo interno. Nei giorni seguenti vi tornammo regolarmente. Ma niente accadde di quello che era nel nostro immaginario. In compenso passavamo ore nelle due piscine poco all’interno della spiaggia, da dove, prima o poi, venivamo immancabilmente scacciati dagli addetti. Quel giorno, però, era diverso. Era il primo giorno di vacanza da soli. Dovevamo andare oltre, dovevamo prendere possesso dell’intera costa. Proseguimmo senza neppure soffermarci. La spiaggia si fece nuovamente deserta, poco oltre una costruzione, quasi perfettamente mimetizzata tra le dune sabbiose si palesò davanti a noi. Sulla sabbia, qua e là, delle strane strutture in ferro. Sulle prime non capimmo cosa fossero, quando fummo più vicini ci si svelarono come delle grandi reti da letto, letti lunghi due metri e mezzo, tre metri, alte perlomeno un metro e mezzo. Sembravano seminate lungo la riva, senza un criterio logico. La nostra mente le elaborò come vestigia di un popolo sconosciuto e schivo. Le lasciammo dietro di noi. Oltre Giove, verso l’ignoto.

Il tratto di spiaggia che percorriamo ora, è diviso dalle retrostanti dune con una recinzione in rete metallica. I capanni che ancora scandiscono il percorso non sono deteriorati come si potrebbe immaginare, segno evidente della cura che qualcuno gli presta. Raramente mi è capitato di veder entrare, attraverso i cancelli che ogni tanto aprono un varco nella rete, delle persone stranamente simili a noi. Non corone, non vestimenti sontuosi, neppure scettri o altri simboli di potere; semplicemente una chiave che gli permette di accedere a chissà quale luogo sconosciuto ai comuni mortali. L’arenile è disseminato di ombrelloni, asciugamano, sacche e borse, per lo più disposti, anche se non perfettamente allineati, in un’unica fila fronte mare; prima più fitti, poi sempre più radi ed infine, in un crescendo di accampamenti scomposti, di nuovo fittissimi. Siamo ormai giunti vicino a quello che un tempo era il Club Med. Fino a poco tempo fa punto di riferimento per passeggiate sulla spiaggia. Le vele. Fin dalla partenza si potevano distinguere, in lontananza, le vele delle imbarcazioni ad uso degli ospiti del club. Ora il villaggio è chiuso, c’è chi dice fosse invaso dai topi, chissà se è vero, fatto sta che le vele non ci sono più ed una lunga cannicciata scherma l’interno da sguardi indiscreti. La spiaggia prospiciente l’ex villaggio è stranamente poco affollata, porse per rispetto verso i vecchi fruitori del luogo. La costa è di nuovo ampia e perfettamente pianeggiante, passiamo quello che si intuisce essere la foce di un minuscolo corso d’acqua perennemente in secca, facciamo qualche altro centinaio di metri ed eccola. La villa è di una tonalità di marrone che si mimetizza perfettamente tra la bassa vegetazione. Posto di fronte all’ingresso un catamarano in secca sembra voler ammonire il mondo circa la riservatezza del luogo. Sì, la spiaggia è pubblica, ma qui un po’ meno. Incuranti dell’ammonimento, immancabilmente ci fermiamo. Poco oltre delle grosse reti simili a quelle dei letti, sono adagiate ora sulla sabbia asciutta ora sul bagnasciuga, anch’esse simbolo di supremazia e altera riservatezza. Indugiamo in acqua, lì, la sabbia è più fine, più soffice, più dorata. Il mare più calmo quando è calmo, più mosso quando è agitato, più caldo, più trasparente. L’aria di esclusività permea dall’aria stessa che si respira, a pensarci bene non è il nostro posto. Continuiamo.

Finalmente ora potevamo intravedere in lontananza le prima avvisaglie del paese, ancora non si distinguevano bene, ma indubbiamente dovevamo arrivare fin là. La costa appariva ora come terra di nessuno, infatti… nessuno. Nessuno davanti, nessuno dietro. Il sole si fece sempre più implacabile, era il primo giorno di mare, ci sentivamo come eroi che stavano sfidando gli elementi, dovevamo compiere la nostra impresa, niente e nessuno avrebbe potuto fermarci. Contammo i passi, finalmente le prime case ci affiancarono nel cammino, ma ancora non era il momento di invertire la marcia. Cercammo un punto, un punto fermo per poter poi dire “siamo arrivati fin là”. Eccolo. Il molo ci si parò davanti come la linea del traguardo al maratoneta. Tentammo di scalare i massi che lo proteggevano. Il fondo scabro ci feriva le piante dei piedi, ma ormai c’eravamo. “Torniamo?” “Sì” Il viaggio a ritroso fu notevolmente più svelto. Ormai eravamo padroni del luogo, non c’era altro da scoprire, c’era solo da fare il prima possibile, se non altro per cercare di evitare l’aggravarsi delle ustioni che il sole ci avrebbe inevitabilmente procurato. Ecco il tratto selvaggio, le reti, la villa, il club. Nessuno. Forse a causa dell’ora, forse erano tutti a pranzo, ma non c’era nessuno. Passammo l’altro tratto che ci avrebbe riportato verso la zona del cantiere abbandonato. Ancora nessuno. In lontananza un puntino nero sulla sabbia. Avvicinandoci riuscimmo a decifrare una forma umana, anzi erano due forme. Ci avvicinammo ancora. Il ragazzo e la ragazza si alzarono ed entrarono in acqua. Li sorpassammo mentre giocavano nel mare. Ecco, ancora non lo sapevo, ma quella sarebbe stata una delle immagini che sempre mi avrebbero accompagnato nella ricerca del luogo ideale per trascorrere una vacanza degna di questo nome. Una spiaggia assolata con nessuno tranne me, anzi, tranne noi. Finalmente giungemmo all’altezza del nostro accampamento, entrammo nel folto della vegetazione e in qualche modo riuscimmo a rintracciare la tenda. Saggiamente decidemmo che quel luogo era un po’ troppo isolato, forse era meglio avvicinarci al campeggio, naturalmente restammo all’esterno, ma la rete, con il suo bel foro di accesso clandestino, era lì a due passi.

“Che dici, andiamo avanti?” “Mah, andiamo.” Iniziamo a percorrere quell’ultimo tratto di costa che ci separa dal paese successivo. Qui la spiaggia è veramente pressoché deserta, solo una figura intenta nella sua passeggiata, ogni tanto qualcuno che si allena forse per la maratona di new York, a ricordarci il fatto che siamo sulla terra, nel mondo civile, o forse incivile, solo le vestigia di un’opulenza ostentata anche nel modo di disfarsene. Resta un mistero il come abbia fatto un congelatore a vasca ad arrivare fin lì. Capisco quella vecchia barca frantumata dalle intemperie, capisco quei tronchi trascinati dal mare, ma un congelatore è troppo. Resistiamo al fascino perverso di guardarci dentro (non è vero, ci guardiamo, chissà perché siamo sempre attratti da queste visioni vomitevoli) e continuiamo. Ci soffermiamo di fronte all’ingresso di una retrostante azienda agricola, leggiamo per l’ennesima volta uno dei cartelli che sono affissi sulla rete “fondo chiuso. Vietato l’accesso.” Come se non lo sapessimo, sono chilometri che è “fondo chiuso” “che dici, andiamo avanti?” “Ormai ci siamo quasi, quando ci ricapita.” Il tempo si sta guastando, un vento che taglia a 45 gradi la costa inizia a farsi sentire. Siamo quasi arrivati, le prime costruzioni ci danno il benvenuto, il molo è là, poco oltre. “Guarda che nuvoloni, torniamo, tanto possiamo sempre dire che al molo ci siamo arrivati.” “Sì, forse è meglio” Dentro di me, però, questo fatto di non essere arrivato a toccare il traguardo non mi convince molto. Vabbeh, sarà per la prossima volta. Torniamo indietro a passo svelto, già la settimana precedente ci aveva colto di sorpresa un acquazzone che sarà anche stato estivo, ma che non aveva niente da invidiare ad uno invernale. Ecco le reti, abbandonate come al solito. Ecco l’ex club, fa una certa impressione vederlo abbandonato come non lo avevo mai visto prima di oggi. Ecco il cantiere, anche qui nessuno, sono tutti a pranzo. Le ville, la strana costruzione che ricorda un castello con la rotonda protesa sulla spiaggia. Non c’è nessuno. Nessuno davanti, nessuno dietro. Nessuno neppure in acqua. Il cielo sembra concederci ancora qualche minuto di tregua. Il vento alza delle lunghe onde oblique alla costa, entriamo in acqua. Soli. Sono onde particolari. In altre occasioni il mare agitato alza una grande quantità di sabbia che rende il liquido torbido ed infido, oggi no, oggi l’acqua è limpida ogni tanto si riesce a vedere un gruppetto di pesci che l’onda alza e rende visibili. Proseguiamo verso la nostra meta finale camminando nell’acqua. Ecco laggiù le boe che segnalano il corridoio di lancio per le imbarcazioni. È il momento di uscire. Percorriamo l’ultimo tratto scansando gli ombrelloni che, sebbene sia da poco passata l’ora di pranzo, sono di nuovo animati da una folla brulicante. Entriamo nel campeggio. “Ma dove eravate? Perlomeno una telefonata la potevate fare.”

Molto bella. LIKE Saluti RGC52

Molto bella!!! LIKE

ciao, Francesco

RiTrovata-RiVotata.armafor

Una foto davvero stupenda, con un'atmosfera unica... LIKE! saluti, Gerry

Bellissima composizione.Bravo! LIKE

fortissima!

ai ghiaccioli non avevo mai pensato

bella foto, ma una ciminiera te la sei fregata tu? ;)

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