Tino Gianbattista Colombo
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Nato a Milano il 28 aprile 1945, Diploma istituto tecnico per geometri, Interessi: Attività Subacquee, Fotosub e Aquariofilia, Storia Contemporanea,Editoria Antica, Fotografia, Collezionismo, Politica. Sport Praticati nel tempo : Automobilismo, Nuoto Atletica leggera, Sci, Pattinaggio su ghiaccio e rotelle, Paracadutismo, Motonautica, Subacquea,Volo da Diporto Sportivo con motore, Tiroa Volo, Tiro a Segno con armi convenzionali e ad Avancarica. http://immagini-per-gioco-e-per-passione.blogspot.com/ http://www.flickr.com/photos/argonautaargo/ http://picasaweb.google.com/1oArgonauta/

Tino Gianbattista Co…'s conversations

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La Chiesa della Madonna delle Serre

Le origini

Benché fino ad oggi non sia stato possibile reperire documenti sull’edificazione della primitiva chiesa, alcune considerazioni fanno pensare che la costruzione risalga a prima del 1356. E’ infatti in questa data che si ha menzione di una chiesa descritta nei documenti come “ Ecclesia de S. Michaelis de Carpugnano”, posta alla fine del Sesto di Valdera[1]. La Chiesa attuale è infatti molto vicina ad una antica struttura ormai rovinata che mantiene ancora oggi il toponimo di “Carpugnano[2]”. Nel 1423 si trova ancora annotata nelle visite Pastorali come “Ecclesiam de S. Michaelis de Carpugnano in Plebatu de Peccioli”,[3] a questa data la chiesa non era in buone condizioni, non era curata ed era priva di un rettore, alcuni mesi dopo (3/3/1423) la chiesa fu riparata in alcune parti e vi fu nominato un rettore, Ser Antonius[4].

Dopo il ‘500

Nel 1520 la chiesa si trova ancora con il nome di S. Michele a Carpugnano, nella visita pastorale di questo anno si legge che il rettore era certo “ Bastianus Francisci Gherardi de Peccioli e aveva una rendita di dieci “saccha di grano”.[5]

Pochi anni dopo fu livellario della chiesa e di carpugnano Piero di Alamanno Salviati il quale nel 1538 fondò con i beni della diruta chiesa di S Michele la compagnia dei Santi Jacopo e Rocco in S. Verano a Peccioli.[6] Piero de Salviati cedette Carpugnano e probabilmente anche la chiesa di S Michele a Francesco di Vincentio del Cav. Vangelista Almeni di Firenze.[7]

Nel 1618 la chiesa fu visitata dal Vescovo Bernardo Inghirami il quale dispose che vi fosse celebrata una messa nella festa di S Michele e una nella festa di S. Antonio. L’oratorio è in questi anni è chiamato di San Michele alle Formiche[8], forse in relazione ad un miracolo accaduto in un’altro tempio dedicato allo stesso Santo. Il rettore dell’oratorio è Francesco degli Almeni che si impegna a a fornire come rendita 24 sestari di frumento, 12 giare di Vino, 1 barile di olio, e 12 scudi all’anno. Gli Almeni in questo periodo arricchirono la Chiesa commissionando un bellissimo dipinto di una Vergine con il Bambino.

Nel libro delle visite pastorali risalente al 1677 del Mons. Carlo Filippo Sfrondati è raccontato un miracolo avvenuto proprio nella chiesa. Si legge infatti che nel 1618 il figlio di Domenico di Malerba, un agricoltore di Lajatico, avrebbe ricevuto dalla Vergine, che è raffigurata sul dipinto, pane per circa un mese, passandolo per le fenditure della porta dell’oratorio. Il caso fu esaminato dal Vescovo di Volterra, e 10 anni dopo fu accertata l’autenticità del miracolo. Fu imposto quindi al Presbiterio di Montefoscoli, Giovanni Francesco dei Mancini, di celebrare una messa in presenza del ragazzo[9].

La proprietà del sito rimase agli Almeni di Peccioli fino al 1764, anno in cui l’ultimo esponente della famiglia, Giuseppe Gaetano Gaspero, morì. In questo periodo la chiesetta non doveva essere in buone condizioni infatti fu restaurata, probabilmente a spese della comunità, come possiamo leggere in una lapide posta su di una colonna del portico : “AD/FU-FA-TA-DI/CHARITA/1740”.

La chiesa ebbe in un periodo non ben precisato anche la dedicazione alla Madonna della neve, antico culto nato a Roma nel IV secolo a seguito di un miracolo consistente in una nevicata avvenuta il 5 Agosto del 358, nel luogo dove venne poi costruita la Chiesa di Santa Maria Maggiore. Anche alla Chiesa delle Serre, una leggenda popolare indica una nevicata fuori stagione avvenuta all’inizio di agosto.

Nel 1776 la chiesa insieme a tutta la fattoria fu comperata da un commerciante di Livorno, Giovanni Filippo Berte, il quale appose lo stemma di famiglia che ancora oggi possiamo vedere ben conservato sul fronte della chiesa. La chiesa fu anche usata come sepolcreto dalla famiglia Berte, i familiari defunti venivano posti sotto il pavimento del portico, le lapidi di marmo furono rimosse quando la proprietà passò ai fondi rustici. I Berte, divenuti agli inizi dell’800 Dufour Berte, donarono la campana che si trova ancora sul campaniletto a vela sul lato sud, sopra vi è scritto: “TERZO RAFANELLI E FIGLI FONDITORI A PISTOIA AD 1872”

Oggi la chiesetta è compresa nella proprietà della ex Gaslini, ogni prima domenica di maggio si celebra la festa con un pellegrinaggio notturno conosciuto come “la fiaccolata sulle serre”. Anticamente la festa si svolgeva trasportando, proprio durante la fiaccolata, il dipinto della Vergine dalla chiesa di S. Verano fino alla chiesa delle serre.

Andrea Bertini

[1] S. Mori “Pievi della Diocesi Volterrana Antica” in Rassegna Volterrana, Sinodo Belforti.

[2] Nelle decime degli anni 1302 e 1303 risulta anche un ospedale di S. Giovanni in “Carpignano”.

[3] “28/2/1423, (carta 127v) visitavit ecclesiam S. Michaelis de Carpugnano in plebatu de Peccioli Vulterrane Diocesis, Cujus ecclesie nullus est rector et est tota destructa et non habet nolam nec etiam est curata et multos homines de castro chianni interrogavimus et nobi nescerunt aliquid respondere” nella visita pastorale si identifica anche un’altra chiesa con lo stesso toponimo nel piviere di Strido, si tratta probabilmente di un errore di trascrizione, poichè le notizie di quella chiesa coincidono successivamente con quelle della chiesa di Carpugnano di Peccioli, dove esiste il toponimo distante un centinaio di metri dalla chiesa.

[4] visitavit ecclesiam S. Michaelis de Carpugnano plebatu de (...) Cuius ecclesie rector est Ser Antonius, et prefata ecclesia est coperta et cum tecto et stat satis bene et sine nola et noon est curata.

[5] 20/9/1520, visitavit ecclesiam S. Michaelis de Carpugnano Cuius est rector Ser Bastianus Francisci Gherardi de Peccioli : est solo equata et vix apparent vestigia. Est valoris saccorum decem grani.

[6] Archivio VescovileVolterra. Atti civili n. 137 c177

[7] Gli Almeni, antica famiglia di origini Perugine, furono consiglieri alla corte del GranDuca Cosimo I, il quale per meriti donò loro la fattoria di Peccioli, appartenuta a sua madre Maria de Salviati. In detta fattoria erano compresi la chiesa e il podere di Carpugnano

[8] La dedicazione a S. Michele alle formiche è comune anche ad altre chiese e monasteri. Nei pressi di Pomarance sorgono i resti di un antico eremo costruito dai Monaci Celestini nel 1377 e chiamato “San Michele alle formiche” a causa di un singolare fenomeno: negli ultimi giorni di settembre, sciami di formiche alate si riunivano intorno all’antica campana del monastero. Quando nel secolo XVIII, dopo l’abbandono dell’eremo, la campana fu collocata nella torre del Marzocco a Pomarance, le formiche si radunarono ancora lì, secondo la versione popolare, per riportare la campana sul poggio di Spartacciano. Ad Aerzelato in Lunigiana una leggenda racconta che San Michele manda sciami di formiche volanti a morire sul campanile della chiesa perchè indispettito da un'antico affronto. Secondo questa leggenda infatti, San Michele era solito regalare tutti gli anni alla gente del luogo due cinghiali, uno il più grosso veniva macellato, mentre l'altro doveva essere lasciato libero nel bosco, una volta successe però che vennero macellati entrambi, da allora San Michele per punizione, manda tutti gli anni solo sciami di formiche volanti.

[9] Visita pastorale di Mons. Carlo Filippo Sfrondati 14 ottobre 1677 , Peccioli, Oratorio di San Michele alle formiche.

Festa sulle Serre – Tra tradizione e futuro calendarietto 29.04.2014 Domenica 4 maggio c’è la tradizionale Festa sulle Serre. Sarà un’occasione per rivivere l’atmosfera contadina ed immergersi nella natura che circonda quella località tanto radicata nel pubblico sentire dei pecciolesi. Quest’anno ci sono delle ragioni in più per partecipare alla Festa sulle Serre proprio perché si svolge nel cuore della tenuta Fondi Rustici su cui si sviluppa il progetto “Fondi Rustici, un grande bene comune” con i suoi casali che vogliamo far diventare il volano per lo sviluppo economico ed occupazionale di questo nostro territorio.Scarica la cartolina per scoprire le numerose iniziative che partiranno da sabato 3 alle ore 18.00 con la presentazione del libro "UN GRANDE BENE COMUNE - Le Terre di Peccioli nei racconti di caccia di Piero Cilotti” presso gli Spazi per l’arte Fonte Mazzola.

Benozo Gozzoli

1420 ca. 1438 1444-1447 1447-1450 ca. 1449

1450 1452 1453 1456 1458

1459-1463 1459 1460 1461 1467

1468-1494 1495 1495-1497 1497

1420 ca. Nasce a Firenze da famiglia toscana Benozzo di Lese, più noto con l’appellativo di Benozzo Gozzoli, datogli dal Vasari nella seconda edizione delle Vite (1568). Dai documenti risulta che il nonno era un cardatore di lana e il padre un sarto. Incerti sono gli esordi della formazione professionale di Benozzo e sconosciuta è la data in cui si iscrive alla Corporazione dei Pittori. Molti studiosi hanno accettato la tesi del Vasari secondo la quale Benozzo fu “discepolo dell’Angelico Fra’ Giovanni”. Benozzo cresce dal punto di vista professionale in un’epoca fondamentale per lo sviluppo dell’arte e della storia fiorentina. Negli anni tra il 1430 e il 1440 lavoravano a Firenze i pittori più noti e creativi: Fra’ Angelico, Filippo Lippi, Paolo Uccello, Domenico Veneziano e Piero della Francesca.

1438 Viene affidata a Fra’ Angelico la decorazione della chiesa e del convento di San Marco a Firenze secondo il programma iconografico dell’ordine francescano che esemplifica con scene della Passione il concetto di Cristo come esempio di vita per il monaco. E’ questo per Benozzo l’avvio del connubio professionale con il maestro, durato per oltre un decennio. Il ruolo di Benozzo nell’esecuzione degli affreschi, iniziato gradualmente, cresce nel tempo.

1444-1447 Benozzo si impegna a lavorare con Lorenzo e Vittorio Ghiberti alla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze.

1447-1450 ca. Benozzo è primo collaboratore e socio dell’Angelico, convocato a Roma da papa Eugenio IV che gli commissiona gli affreschi della Cappella di San Pietro, ora perduti. A questi segue la decorazione della Cappella di papa Niccolò V, nei Palazzi Vaticani, con scene della vita dei protomartiri Stefano e Lorenzo.

1449 Benozzo termina gli affreschi delle volte della Cappella di San Brizio nella cattedrale di Orvieto, con il tema del Giudizio Universale, e conclude il suo sodalizio con l’Angelico.

1450 Benozzo si trasferisce in Umbria, dove i suoi committenti principali sono i Francescani di cui interpreta la straordinaria eredità artistica e spirituale. Decorazione del monastero di San Fortunato a Montefalco.

1452 Ancora a Montefalco, Benozzo lavora nella chiesa di San Francesco (Cappella di San Gerolamo e affreschi con Storie della vita di San Francesco nella tribuna). Gli affreschi sono commissionati da un colto committente, teologo e predicatore “Fra’ Jacopo da Montefalco dell’ordine dei Frati Minori”. Il tema degli affreschi di Montefalco è il leit motiv dell’ordine dei teologi Franciscus alter Christus secondo la Legenda Maior di Bonaventura.

1453 Ciclo pittorico della Vita di Santa Rosa, ora perduto, nella chiesa delle Clarisse a Viterbo. Di questi affreschi, distrutti nel 1632, rimangono alcuni schizzi di Benozzo Gozzoli e i disegni di Francesco Sabatini.

1456 Viene eseguita la Madonna dell’Umiltà con Santi, nota come Pala della Sapienza Nuova, per il Collegio di San Gerolamo a Perugia.

1458 Alla sfarzosa cerimonia per la nomina di papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) viene chiamato Benozzo Gozzoli per preparare apparati, stendardi e bandiere.

1459-1463 Benozzo lavora a Firenze.

1459 Su incarico di Cosimo inizia la decorazione della Cappella in Palazzo Medici con il Viaggio dei Magi,. Fin dalla sua costruzione, la Cappella, luogo dalla duplice funzione di preghiera e di sala per le visite, è ammirata per l’incomparabile bellezza dovuta certamente agli straordinari affreschi di Benozzo. Qui i Medici con i loro alleati e seguaci sono raffigurati in un corteo scenografico collocato in un paesaggio reale e fantastico al tempo stesso, agghindati come i Magi e il loro seguito nell’atto di approssimarsi all’altare. Nel corteo l’artista si ritrae per ben due volte. Per spirito, stile e tecnica questi straordinari affreschi possiedono una magnificenza che non ha precedenti.

1460 Matrimonio con Maddalena di Luca di Iacopo di Cione, figlia di un mercante di tessuti, dalla quale nasceranno nove figli, tra i quali Francesco e Alesso, divenuti artisti.

1461 Viene commissionata la Pala della Purificazione dalla Compagnia della Purificazione, una Confraternita intimamente legata alla famiglia dei Medici.

1467 Benozzo è a San Gimignano dove nella chiesa di Sant’Agostino affresca l’unico ciclo conosciuto della Vita del Santo nell’arte del Rinascimento toscano. Per la fine della pestilenza (1464) che imperversa sulla cittadina dipinge due immagini di San Sebastiano.

1468-1494 La collaborazione con l’Opera della cattedrale di Pisa dura per più di sedici anni. Dall’inizio dei lavori nel Camposanto, terminati nel 1484, fino al 1495 Benozzo fa di Pisa la sua residenza e il centro della sua attività. Per tutti questi anni il prolifico maestro dirige una bottega che esegue un grande numero di opere (pale d’altare, affreschi, tabernacoli stradali e gonfaloni) per la città e i suoi dintorni. Del monumentale ciclo pittorico con scene dell’Antico Testamento, affrescato sulle pareti del Camposanto, non rimane oggi quasi più traccia soprattutto a causa della tecnica usata, una combinazione di fresco e tempera, e dei bombardamenti del 1944.

1495 La partenza da Pisa, conquistata dai Francesi, è dettata da motivi politici.

1495-1497 Probabilmente Benozzo torna a Firenze e poi a Pistoia dove, nella Sala Ghibellina del Palazzo Comunale lascia la sua ultima opera, la sinopia per la Maestà.

Muore il 4 ottobre del 1497

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köfteci enişte questo è un palazzo bello e antico della mia città. Grazie e un caro saluto. Ilda

Maddalena altri tempi, ma ancora affascinante rivedere ancora queste cose, ciao un saluto bruno.

Nazzareno Strampelli l'"inventore di grani" 26 febbraio 2014 alle ore 8.52 Nazzareno Strampelli e la battaglia del grano

Storia di un grande scienziato dimenticato.

Molti avranno sentito parlare della “Battaglia del Grano”, ma pochissimi sanno di cosa si sia trattato realmente, perché la Battaglia del Grano è stata sapientemente presentata con una visione riduttiva e fuorviante, come una mobilitazione propagandistica organizzata dal regime fascista ma senza effetti pratici, anzi anche deleteria per l’economia.Coglieremo quindi l’occasione per, oltre che riportare la realtà sulla politica agricola del regime fascista, anche per parlare di scienza, perché come vedremo le due cosa hanno viaggiato insieme intorno ad un importantissimo obiettivo: l’autosufficienza alimentare dell’Italia in cui si soffriva la fameAvreste mai sospettato che la “Genetica Agricola” (gli attuali e famigerati OGM) nasce in Italia negli anni ’20 e ’30?E quindi cominciamo col dire che la moderna genetica agricola nasce in Italia, a Rieti, ad opera di uno dei più grandi e famosi scienziati mondiali, “oscurato” in patria, ma a cui sono intitolate strade e Università, a cui sono dedicati monumenti e convegni, e i cui studi, più di ogni altra cosa, hanno alleviato la fame nel mondo: Nazzareno Strampelli.In patria a Strampelli non si è perdonata la colpa suprema: quella di essere fascista, iscritto al partito fin dal 1925 (quando era già uno scienziato affermato), coerente fino in fondo, Senatore del Regno, morto nel 1942;Ma prima di raccontare la vicenda di Strampelli è bene disegnare il quadro dell’Italia appena unificata, e vedere come il problema alimentare fosse uno dei più duri che il giovane Stato Unitario si trovasse ad affrontare.Il “Pane” era l’alimento principale delle masse popolari, il pane significa frumento, e il frumento mancava, non se ne produceva a sufficienza e il prezzo era alto, e quindi andava importato dall’estero e sovvenzionato dallo Stato per contenere il prezzo al consumo.Basti dire che nella nostra legislazione del lavoro è ancora prevista una “Indennità di caropane”, riservata a chi svolgeva lavori pesanti e che quindi aveva la necessità di mangiare più pane del normale per potersi sostenere.Nei primi anni dopo l’unificazione la questione alimentare dette vita a disordini e tumulti. Ad esempio in Romagna, terra di passioni politiche e di rivoluzionari, il grano veniva ora venduto dai proprietari terrieri sui mercati dove il prezzo era più alto e, a causa dell’aumento dei prezzi, era fuori della portata degli stessi contadini che lo producevano. I possidenti, tutti aderenti al partito moderato, rivendicavano il diritto di fare i loro interessi, e questo causava proteste, scontri e omicidi. Ad esempio uno di loro, tale Sebastiano Fusconi, ebbe a dichiarare pubblicamente che “se i poveri non possono permettersi di mangiare pane che mangino letame”. La notte del 3 maggio 1865 si prese un colpo di baionetta dalla “Setta degli Accoltellatori”, un gruppo clandestino che aveva iniziato una serie di sanguinosi accoltellamenti dei possidenti e dei borghesi.Nel 1868 fu introdotta l’odiosissima “Tassa sul Macinato”, con la quale il partito “moderato”, tassando il pane, scaricò sulla popolazione più povera il risanamento finanziario dell’Italia. Scoppiarono molti tumulti, sempre repressi violentemente dai soldati. “La lira fa aggio sull’Oro”, proclamavano compiaciuti banchieri e possidenti, mentre un canto socialista di protesta cominciava così: “Guardia Regia, Guardia Regia, tu non vali una scoreggia…”Nel 1896, su pressioni dei possidenti italiani fu imposto un dazio sul grano di provenienza estera. Gli argomenti erano che così si sarebbe favorita la produzione interna, ma appena ottenuto il dazio triplicarono il prezzo del pane in un solo giorno!A Milano scoppiarono dei moti popolari di protesta. La gente occupò i quartieri facendo le barricate, e alla discussione in parlamento la cosa venne liquidata dal famoso motto “Lo Stato non è un fornaio”.Il Re Umberto I dette mandato al Gen. Bava Beccaris Cav. Fiorenzo di riportare l’ordine in città. Bava Beccaris usò i cannoni e l’ordine venne riportato al prezzo di 500 morti e mille feriti, e si arrivò ad abbattere a cannonate un convento entro cui i manifestanti si erano rifugiati.Questa la prima strofa di un canto popolare dell’epocaAlle grida strazianti e dolentidi una folla che pan domandava,il feroce monarchico Bavagli affamati col piombo sfamòUmberto I decorò Bava Beccaris con l’Ordine Militare d’Italia, ma in una comunità di anarchici emigrati a Patterson, in america, si tirò a sorte per vendicare questo infame gesto, e Gaetano Bresci, il prescelto, venne in Italia e uccise a rivoltellate Umberto I nel parco di Monza, il 29 luglio 1900.La fame, fra le classi popolari, restava una malattia endemica. Malattie come la pellagra (carenza di proteine), la tubercolosi, e tante altre, colpivano la gente, si avviò un enorme processo di emigrazione fra quelle classi popolari che tanto avevano sperato dall’Unità nazionale ma che videro spesso peggiorare la loro condizione di vita.Quando nel 1922 il fascismo andò al potere il problema alimentare non era ancora risolto: l’Italia consumava 75 milioni di quintali l’anno di frumento, ne produceva 50 e ne importava 25. Era la spesa maggiore sulla bilancia dei pagamenti per 4 miliardi di lire l’anno (dell’epoca), senza contare la dipendenza politica che questa situazione creava: il grano veniva acquistato sia dagli Stati Uniti che dalla Unione Sovietica.Nessuno dei due Stati era allora da considerarsi nemico o avversario, anzi con entrambi i rapporti erano molto buoni, sia dal punto di vista economico che politico, ma l’Italia poteva e doveva produrre quello che gli era necessario.Questa fu la scelta del fascismo: una politica a favore dell’occupazione e della produzione “autarchica”.In questo modo si intendeva risolvere la piaga endemica della povertà delle campagne, della misera condizione dei braccianti agricoli, e della arretratezza culturale e tecnologica delle campagne.Questo programma comportava ingenti investimenti, e in aiuto del governo fascista vennero gli Stati Uniti, che accettarono sia di rinegoziare il debito italiano contratto dai precedenti governi durante la guerra 15/18 (scadenzandolo addirittura fino al 1980), sia di fare un prestito di 100 milioni di dollari all’Italia che uno di 30 milioni di dollari alla FIAT (che avrebbe riconvertito la produzione bellica, producendo fra l’altro tutta una nuova serie di macchine agricole necessarie alla modernizzazione del settore agricolo)Venne così avviata, nel 1926, una “politica agricola” che si svolse su quattro direttrici- Aumento delle terre coltivabili, con il recupero dei latifondi improduttivi a vantaggio dei contadini poveri (si fece fra l’altro una legge che aboliva la piaga del bracciantato, obbligando i proprietari terrieri a dare la loro terra a mezzadria, e non più farla lavorare a giornata)- Le bonifiche, dove le terre incolte venivano confiscate ai proprietari (cioè diventavano di proprietà dello Stato senza indennizzo), poi bonificate con imponenti opere idrauliche (l’acquedotto pugliese ad esempio, che rende fertile il tavoliere delle Puglie, è tutt’ora il più grande acquedotto d’Europa (e ora nelle mire delle lobbies finanziarie internazionali, che se ne vogliono appropriare, per venderci la nostra acqua)- Meccanizzazione e modernizzazione delle tecnologie agricole, con l’introduzione dei concimi chimici prodotti dalla industria chimica nazionale e delle macchine per la lavorazione dei campi.- Aumento della resa per ettaro seminato, ed in questo settore entra in scena Nazzareno Strampelli.Strampelli nacque il 20 maggio 1866, a Crispiero, frazione del comune di Castelraimondo, nelle Marche. Si laureò in agraria all’università di Pisa e fu insegnante a Camerino ed a Reggio Calabria.I primi anni di carriera professionale li trascorse quale direttore del laboratorio chimico delle Miniere dell’Argentario, poi nell’insegnamento medio ed universitario ; ma il suo spirito acuto di osservazione lo spingeva in altro campo, e già nel 1900, quando le leggi mendeliane dell’ereditarietà permanevano ancora ignote, tentava a Camerino il primo incrocio sul frumento.Nel 1903 il Ministero dell’Agricoltura istituì a Rieti una cattedra sperimentale di Granicoltura. Il prof. Strampelli vi concorse e vinse il posto di direttore. Rinunciava così a una posizione sicura per un’altra che in quel momento non gli offriva alcun vantaggio – neppure l’attrattiva di un personale guadagno – ma solo la speranza di poter disporre dei mezzi per proseguire i suoi lavori.Venne a Rieti ed il suo primo ufficio fu una stanza di albergo dove alloggiava. Dopo qualche tempo, in seguito a vive insistenze, ebbe dal Municipio tre stanze di un angusto pian-terreno del palazzo della locale Cassa di Risparmio.Unico mobilio era una seggiola che ancor oggi noi custodiamo a testimonianza del cammino percorso. Dietro vi è scritto di pugno del professore: "Questo è quanto io ebbi a mia disposizione dall’ottobre 1903 all’aprile 1904 come materiale d’impianto e di funzionamento della Cattedra Sperimentale di Granicoltura".Alcuni settori della scienza gli manifestarono sin dall’inizio una scettica, sorda ostilità, oscurata però dalla stima e dall’entusiasmo dei tecnici e degli operatori "in campo", appoggiati dalla fitta schiera di agricoltori che da Strampelli avevano ricevuto grandi benefici. In fondo è il miglior risultato, anche se il mondo accademico ha finito spesso, col dimenticare il primato e la genialità.Pochi uomini al mondo hanno avuto come Strampelli la forza, la costanza, la fede nella riuscita del proprio lavoro.Dotato di una resistenza fisica eccezionale, egli non ha mai conosciuto orario d’ufficio. Alle semine ed alla raccolta, appena giorno, insieme agli operai era in campagna, e siccome i campi sperimentali, concessi dalla munifica ospitalità del Principe Lodovico Potenziani, distavano da Rieti parecchi chilometri, il Professore passava l’intera giornata all’aperto, con il semplice conforto, nelle ore di riposo, di una capanna, ed alla sera al ritorno in città si tratteneva in ufficio sino a tarda ora per il disbrigo delle pratiche e della contabilità.Grandissimo il numero di nuove varietà di grano realizzate: raccolse in apposito campo 250 varietà di frumento, anche estero ed effettuò incroci.Dal "Rieti" e la segale ottenne il "Terminillo" che risultava esente da ruggini (uno dei primi problemi risolti)Nel 1914 alla mostra delle novità a Roma, egli presentò dodici nuovi grani tra cui il "Gregorio Mendel", in onore dello scopritore delle leggi della discendenza (e Strampelli fu il primo che riuscì ad applicarle in agricoltura), a cui seguirono il "Luigia" il "Varrone" e il “Carlotta”, dedicato alla amatissima moglie, discendente da Napoleone e sua preziosa collaboratrice.Con il decreto 8-6-1919 , n°44 , fu fondato l’Istituto Nazionale di Genetica per la cerealicoltura con sede in Roma, la cui direzione fu affidata a Strampelli.Con l’inizio della Battaglia del Grano Strampelli dispose di nuovi mezzi e le sue ricerche ebbero notevole impulso. Lo scienziato aderì al fascismo (la sua iscrizione al partito, presso la federazione di Rieti, è del 1925) e alcuni vecchi reatini ricordano ancora il Duce che arrivava all’improvviso a Rieti, spesso in motocicletta (una bellissima Gilera “8 Bulloni", splendidamente conservata a Villa Torlonia), per aggiornarsi sulle novità e parlare con lo scienziato delle sue ricerche, che avrebbero avuto un ruolo determinante nella riuscita dell’impresa.In questo periodo nascono infatti nuovi grani da pane, che Strampelli, patriota e fascista, battezzò con nomi risorgimentali o ispirati alla Rivoluzione, come il "Villaglori" , "l’Ardito", il "Mentana", "l’Edda", il "Balilla", il "Fanfulla", e grani da montagna come il "Virgilio" , il "Cambio" e tanti altri. Secondo il figlio Benedetto sembra che gli incroci ottenuti fossero circa ottocento. Nelle sue esperienze non trascurò i problemi della lavorazione del terreno, delle concimazioni, della rotazione, delle malattie del frumento, della quantità del seme, del trapianto, dell’azione oligodinamica da alcune sostanze chimiche spiegata sulla vegetazione, dell’influenza dell’elettricità ; e neanche trascurò la selezione della varietà locale, il "Rieti" , e delle principali varietà di frumenti italiani e stranieri : lo dimostrano i numerosissimi libri di campagna esistenti presso la Stazione di Rieti.Nel 1929, con la Grande Crisi internazionale, ci fu un crollo del prezzo del grano. Da più parti si sollecitò il governo ad acquistare granaglie all’estero, cosa che avrebbe avvantaggiato enormemente speculatori e “operatori finanziari”, sempre pronti a lucrare sulla miseria della gente, ma il Regime non accettò. Le nostre campagne sarebbero di nuovo precipitate nella miseria, il lavoro fatto vanificato, sarebbe successo quello che stava succedendo in america: milioni di contadini erano stati ridotti alla fame e si aggiravano per gli States alla ricerca di un qualsiasi lavoro.Nel 1933 infine la Battaglia del Grano raggiunse lo scopo: il raccolto arrivò a 81 milioni di quintali, il paese aveva raggiunto l’autosufficienza alimentare, il settore agricolo modernizzato, la piaga dell’emigrazione estinta, la “campagna” non era più sinonimo di miseria e sfruttamento.A questo risultato Strampelli concorse creando grani che aumentavano la resa per ettaro seminato di 3, 4 o addirittura 5 volte.Strampelli non trasse dai suoi lavori ricchezze come avrebbe ben potuto ; non ebbe neanche l’ambizione di illustrare i numerosi e importanti risultati che andava raccogliendo nelle sue ricerche, in lunga serie di pubblicazioni. L’incessante attività di ricerca non gli consentì di lasciare molti scritti, ma gli esiti del suo lavoro si videro e apportarono benefici immensi. Negli anni ’30 in Italia ben oltre l’80 % delle superfici coltivate a grano accoglievano i grani Strampelli, ed alcune specie, come ad esempio il San Pastore, sono usate ancora oggi nel terzo mondo in virtù della resistenza e rusticità.In uno scritto del 1932 Egli afferma:"il tempo è a me mancato di fare tante cose che pure avrei desiderato di veder compiute. Ma un compito prevalente e preciso era dinanzi a me e doveva assorbirmi interamente, quello di perseguire e raggiungere finalità e risultati pratici della più immediata utilità per il mio Paese, che richiedeva e richiede non accademie di carta stampata, non affaticarsi nel gioco della parole che non danno frutti e non concludono, ma fatti ed opere recanti un contributo al benessere umano, e quindi un beneficio tangibile alla economia della Nazione".Strampelli, a cui fu negato il Nobel (probabilmente perché era fascista) fu nominato Senatore del Regno, e Morì a Roma nel 1942, dopo aver dato un contributo inestimabile alla scienza (è lui che di fatto fonda la Genetica cerealicola) e alla soluzione dei problemi della fame (le sue sementi aumentano di cinque volte la resa per ettaro, a dire che dove prima si raccoglievano 10 quintali dopo Strampelli se ne raccolgono 50)Ma l’opera di questo scienziato non poteva essere limitata nello spazio e nel tempo. I suoi grani furono seminati in america latina, in Canada, negli Stati Uniti, ovunque nel mondo. E in ultimo possiamo citare la Cina Comunista, che nel 1946 adottò il “grano fascista”, seminandolo, l’Ardito, il Villa Glori o il San Pastore, su venti milioni di ettari e liberandosi del problema della fame.Purtroppo, nel 1967 con la legge n. 1318 di riforma di sperimentazione agraria, l’Istituto Nazionale di Genetica per la cerealicoltura fu trasformato e tolta l’intitolazione al suo nome.Peggio ancora fu soppressa la stazione sperimentale di Rieti, da lui organizzata e dotata di laboratori e impianti tecnico - scientifici.Si compiva così l’oblio pubblico del grande scienziato, la cui colpa evidente fu solo quella di essere fascista. Strampelli non aveva un passato da squadrista, non aveva partecipato alle passioni politiche della rivoluzione, era un mite scienziato di nome Nazzareno, che lavorava per alleviare i problemi della fame e del sottosviluppo, l’inventore della Genetica agricola, il fondatore della Stazione Sperimentale, l’uomo che aveva dato ad un paese di denutriti l’autosufficienza alimentare. E nonostante tutto questo la sua fede politica bastò perchè con ottusa ferocia se ne cancellasse perfino il nome, per chiudere la Stazione Sperimentale, rinunciando ad un settore scientifico di cui Strampelli aveva conquistato il primato mondiale.Ma fortunatamente, come dicevamo all’inizio, egli è ricordato e celebrato in tutto il mondo, basta fare una ricerca su internet sul suo nome per rendersene conto.Strampelli riposa a Rieti, sepolto sotto un covone di grano, e la sua biografia politica è visibile sul sito del Senato della Repubblica, ma forse la sua patria non merita nemmeno le sue ossa.In chiusura di questo scritto ci preme fare alcune considerazioni.I moderni OGM sono sterili.La ricerca scientifica continua, le qualità del grano e degli altri prodotti agricoli viene migliorata, ma viene volutamente inserita la sterilità, in modo che il contadino non possa ricavare la semente dallo stesso raccolto, ed utilizzarla per quello successivo.Gli è richiesto di “obbligarsi” con un contratto di licenza ed è costretto a ricomprare la semente di nuovo da chi detiene il potere della conoscenza scientifica.E’ l’esempio di “scienza cattiva”, dove la conoscenza non è perseguita a vantaggio di tutti, ma è finalizzata al profitto che se ne può ricavare. Inoltre l’accettazione delle “regole” sulle sementi comporta l’accettazione in cascata di tutte le altre “regole”: diventa un elemento di dominio, uno dei più orrendi partoriti dal capitalismo liberista.E spesso, come nella Romagna dell’800, il contadino del terzo mondo neanche guadagna abbastanza per nutrirsi di ciò che produce, ma i suoi prodotti, esattamente come durante la crisi del 1929, vengono immessi a costi bassissimi nei nostri mercati impoverendo e rovinando i nostri agricoltori.E se si rifiuta questa logica, ora come allora, i potentati economici e finanziari insorgono denunciando una sorta di “lesa maestà del mercato”, non essendo la salvaguardia di interi settori economici, il reddito di milioni di persone, opponibili agli interessi, ora come allora, dei pescecani della finanza.E’ ovvio che, in queste condizioni, ci si propagandi in tutti i modi una corrente di pensiero “antiscientifico” e “antitecnologico”.Chi detiene il primato della scienza e della tecnologia spende soldi ed attiva tutti gli strumenti possibili per mantenerne il monopolio, compreso il diffondere la “paura della scienza”. Perchè ciò gli assicura il dominio.I grani di Strimpelli erano fecondi, creati non solo per aumentare la resa e combattere la fame, ma creati in modo che chi li seminava poi traesse dallo stesso raccolto la nuova semente.E quindi possiamo concludere, ricordando un grande scienziato, che la scienza e la tecnologia non sono ne buone ne cattive: dipende dall’uso che se ne fa.Che fare ricerca scientifica e tecnologica, con lo spirito giusto e nobili finalità di intenti, crea progresso e benessere, conoscenza e indipendenza.Che “non fare” ricerca scientifica e tecnologica, rinunciarci per lasciarla fare a chi la usa per profitto e dominio, è una scelta politica, è la scelta di chi si sente servo e aspira al massimo a diventare maggiordomo.

FASCISMO E BATTAGLIA DEL GRANO:PRECEDENTI POLITICI ED ECONOMICI http://www.storiain.net/arret/num100/artic5.asp

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