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FLUID – cocktail bar – via del Governo Vecchio 46

E’ l’esaltazione del tatto. Meglio: l’esaltazione della , gongola divertito Michele Marchese, 46 anni, architetto catanese-americano, mentre giocherella con un matitone Montblanc. La sua ultima creatura si chiama Fluid. Centoquaranta metri quadri di locale – uno spettacolare music-bar con Djset - aperto nel ventre di un edificio romano a suo modo “storico”: quel palazzo di via del Governo Vecchio 46 che negli anni Settanta ospitava il femminismo più radicale e le sue impegnatissime discussioni politico-sociologiche.

Siamo alle spalle di piazza Navona, nell’intrico di viette e vicoli che una fiumana di giovani percorre ogni sera nello “struscio” di un divertimento disimpegnato fra il Triangolo delle Bevute (piazza del Fico, Arco della Pace, via del Corallo) e l’agorà teatrale ma cheap di Campo (piazza Campo dei Fiori alla quale lo slang giovanile-capitolino ha accorciato, con sofisticato understatment, il nome).

E’ su questa direttrice immaginaria, abilmente bilanciata fra cheap e chic, che Adriano Ancillai ha collocato il suo locale magnificamente rappresentato dall’architetto Marchese e poi interpretato e realizzato, plasmando in modo spettacolare i materiali, dagli artisti del ferro e della resina Annito Casalese e Grazia Imperio in un connubio fra tecnologia e materia. Ludismo allo stato puro che riporta alla precedente funzione di questo spazio dove, per diversi anni, ha trovato posto la bottega di un mobilificio per bambini. E bambini si ritorna già varcando il portone di Fluid, attirati da un gioco di materia e forma che vien voglia di toccare.

Il logo di Fluid, una goccia in negativo, disegnata da un designer giapponese, marca il locale sul maniglione d’ingresso così come sulle sedute.

Quattro minitelevisori al plasma, incastonati, come pietre preziose, nei vecchi portoni in legno, rimandano diametralmente, all’esterno, il gioco sociale che si svolge all’interno del locale. Così come la vetrina accanto, un vero e proprio set, in real time, del privè, a destra dell’ingresso, “vestito” in maglina nera retroilluminata: protetti da una vetrata a tutta altezza, comodamente seduti e accarezzati dalle immagini di un maxi-schermo al plasma, si “vive” la strada e il suo passeggio.

Due passi ancora e ci ritrova proiettati dentro Fluid.

Il lungo, sinuoso, bancone – dodici metri che si allungano in profondità seguendo la volumetria del locale - è materia allo stato puro: ciotoli bianchi di fiume, lisci e levigati, imbrigliati - ma liberi di muoversi - in una struttura reticolare in tondino di ferro a forma di ala di aeroplano. Ciotoli con cui giocherellare, ciotoli da accarezzare mentre si beve il proprio drink appoggiati a quel bancone che nasconde un anima tecnologica appena disvelata da una luce bianca. Che proietta strane forme sul pavimento in legno wengè dipinto di nero. Contrasto di materia, dunque. Ma anche contrasto di colore. Appena attenuato, per la verità, da una eterea nebbiolina bianca che galleggia, morbida e impalpabile, su tutto il pavimento.

Fluid è ludico. E ogni elemento, ogni oggetto, ogni dettaglio, sta lì a ricordarlo.

Come le pareti contrapposte al bancone: paglia e fango impastati a mano e riversati su gigantesche quinte circolari appena staccate dalla parete da un’esplosione di luce. Oggetti ludici, sì, ma sempre funzionali, nascondono un’anima tecnologica, il cuore pulsante del condizionamento.

Come i lampadari di Catellani&Smith: enormi palle di fil di ferro lucidissimo sospese a mezz’aria e tempestate di led bianchissimi. Come i piccoli gomitoli di fil di ferro appoggiati sul bancone e sui tavoli. Invitanti: basta sfiorarli perché si accendano. Un altro tocco leggero e si spengono dolcemente.

Il vero “gioco” è però lì sulla parete di fondo di Fluid. Scenografico e illuminato ti cattura già sulla soglia: una cascata d’acqua blu, “l’elemento essenziale della vita”, suggerisce Michele Marchese.

E’ questo il secondo privè. Ci si arriva, percorrendo i 22 metri di locale, accompagnati dalle ramificazioni di un albero che sembra essersi scelto naturalmente la sua strada lungo i muri e da una scenografica vela in resina che attenua e ammorbidisce il rincorrersi seriale di archi e volte a botte.

Fluid è sorprendente. E lo si scopre scendendo le scale che portano alla zona servizi protetti da una quinta tremolante di canne d’acciaio. Qui la propensione al gioco architettonico di Michele Marchese si svela, alla fine, completamente. I bagni sono dissimulati. Sono oggetti da cercare e da scoprire divertendosi. Come i lavabi, per esempio. Improbabili e “invisibili”. Vere e proprie installazioni interattive.

Fluid


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