Launch Slideshow
Ardelio Loppi
Sono di passaggio :-)
Ardelio Loppi's stats
Ardelio Loppi's tags
- Camerun
- Chartres
- Cina
- Cisgiordania
- Egitto 1
- Egitto 2
- Egitto 3
- Egitto 4
- Etiopia
- Gerusalemme
- Giordania
- Italia
- Parigi
- Vasanello
- Show all tags (14)
Ardelio Loppi's groups
/user/888896/get_favorite_users?size=16&page=1&type=user
Friends
-
Loading…
Ardelio Loppi's conversations
Lalibela, dicembre 2011
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011 - Il primo occidentale a vedere e descrivere le chiese di Lalibela ("Description de l'Ethiopie", Anversa, 1558) fu il gesuita portoghese Francisco Àlvarez, spedito in Etiopia a capo di un'ambasciata. La straordinaria esperienza di Àlvarez in questa terra, allora contraddistinta sulle carte dell'Africa con la classica formula "Hic sunt leones" che si apponeva sui territori inesplorati, durò ben sei anni (1521-1527) e rappresentò l'unica fonte di informazione sul paese per oltre un secolo. Tuttavia, perlomeno per quanto riguarda la parte descrittiva proprio delle chiese di Lalibela, non fu creduto. Cosa che il buon frate subodorava talmente bene da aver iniziato così il suo pamphlet: "Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto...". In seguito gli venne resa giustizia da altri esploratori, a cominciare da James Bruce, al punto da essere oggi considerato uno dei più autorevoli cronisti della storia d'Etiopia. Partiamo da questo assunto per riassumere quanto dice, ad appena tre secoli dalla realizzazione (intorno al 1250), a proposito del monumentale complesso di Lalibela: egli sostiene di aver raccolto testimonianze che vorrebbero le chiese realizzate sotto la supervisone di uomini bianchi nell'arco di 25 anni. Un'affermazione, è bene sottolinearlo, supportata da un altro scritto, del geografo armeno del XIII secolo Abu Salih, che asserisce di aver visto durante la cerimonia del Timkat (l'unica volta nel corso dell'anno in cui l'Arca dell'Alleanza, a quanto sembra allora conservata proprio a Lalibela, verrebbe portata in processione) "dei portantini di carnagione bianca con capelli rossi". Ma chi potevano essere costoro? Una sempre più gettonata risposta a questo affascinante interrogativovorrebbe che a realizzare le chiese di Lalibela furono addirittura i Templari. L'alternativa? Secondo l'imperatore sotto cui furono erette, e che chiamò la città con il suo nome, Lalibela - peraltro venuto in contatto con i Templari all'epoca del suo esilio a Gerusalemme intorno al 1160 - ad erigerle sono stati gli angeli in una sola notte. L'archeologia ufficiale si limita a sostenere che "sono in stile axumita", anche se risulta perlomeno bizzarro che siano le uniche in tutta l'Etiopia. Decidete un po' voi :-) Ma dove sta la straordinarietà di queste chiese? Sono immense, geometricamente perfette e interamente monolitiche, vale a dire ricavate da unici blocchi di pietra tufacea. La più famosa e meglio conservata è quella a forma crociforme di Bet Giyorgis, la più impressionante per dimensioni, in assoluto il più grande manufatto monolitico della storia umana è proprio quella ritratta in questa foto, Bet Medhame Alem. Oggi un po' tutte, esclusa Bet Giyorgis, risentono delle ingiurie del tempo e sono protette da immense coperture dal sole e dalla pioggia.
more »
Lalibela, dicembre 2011
more »
Tissisat, cascate del Nilo Azzurro, dicembre 2011
more »