Ardelio Loppi
514
photos
331
on Google Maps
views
Sono di passaggio :-)

Ardelio Loppi's conversations

Il fascino delle chiese rupestri di Sutri

SUTRI - I ritrovamenti archeologici fanno risalire la storia di Sutri all'eneolitico, ma conosce il suo primo periodo di forte sviluppo durante la dominazione etrusca, anche se tutto lascia pensare a delle radici culturali falische. I Romani la assoggettano nel 383 a.C., dopo la caduta di Vejo, e vi stabiliscono un importante caposaldo, come ancora dimostrano il substrato urbano e l'imponente anfiteatro completamente scavato nel tufo. Resta un centro di notevole valore strategico in continua crescita fino a tutto il Medioevo. E' a Sutri, nel 728 della nostra èra, che si compie una delle più inspiegabile anomalie della storia: il re longobardo Liutbrando dona la città e le terre circostanti a papa Gregorio II, che getta le basi per la costituzione del Patrimonio di San Pietro. E così, a meno di duecento anni (568) dalla calata di Alboino in Italia, ha sostanzialmente fine la dominazione longobarda. In quel tempo Sutri è una città vera e propria, con una popolazione che oscilla intorno ai 15mila abitanti: un'enormità se si considera l'epoca. E' la sua posizione sulla Cassia a farne per secoli uno straordinario crocevia per i romani prima, per gli innumerevoli pellegrini che si recano verso l'Urbe - sui luoghi del martirio di Pietro e Paolo - per tutto il Medioevo quando diventa parte integrante del percorso della Via Francigena. Non deve quindi sorprendere che Sutri sia stata teatro di fatti memorabili, come il Concilio che nel 1046 con l'elezione di Clemente II pone fine allo scisma, e di storie leggendarie, come quella di Berta, sorella di Carlo Magno, che nel IX secolo a causa di un amore impossibile si ritrova reietta tra queste lande a partorire in una grotta il futuro paladino di Francia Rolando (o Orlando). In età feudale è al centro delle sanguinose faide tra guelfi e ghibellini fintanto che, nel 1433, viene distrutta dal capitano di ventura Nicolò Fortebraccio. Da quel momento il declino demografico ed economico è rapido, a tutto vantaggio di Ronciglione, nel frattempo fortemente in auge grazie alla preponderante escalation politica dei Farnese. Nel XVIII secolo arriva la conquista delle truppe francesi ed è con la restaurazione che torna sotto il controllo dello Stato Pontificio. Questo veloce excursus sulle traversie storiche di Sutri è stato necessario per inquadrarne appieno un'importanza che bene spiega la presenza, dentro e intorno al contesto urbano, di ben 14 chiese (quattro delle quali sconsacrate). Va sottolineato che questo dato va a spalmarsi su una popolazione attuale di appena 6mila abitanti. La più importante è naturalmente la cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, sorta intorno al X secolo e ampiamente "ritoccata" nel XVII, ma è sulla "Madonna del Parto" e "Santa Fortunata" che vogliamo incentrare la nostra attenzione. La prima, di grande suggestione in quanto interamente scavata nel tufo, risale al XIII-XIV secolo e dall'esterno non lascia lontanamente supporre una funzione di tipo ecclesiastico. E' questa una caratteristica che ben si attaglia alle caratteristiche degli antichi mitrei, che non dovevano in alcun modo lasciar supporre la loro presenza ai non adepti. In effetti, tra le varie ipotesi sull'origine di questo santuario, quella ormai più gettonata è proprio che sia stato ricavato da un mitreo presumibilmente di epoca augustea. Una delle maggiori argomentazioni a questa ipotesi è un rilievo, raffigurante una tauromachia, oggi murato sulla parete esterna di un casolare lungo la via Cassia ad una decina di chilometri da Sutri (frazione La Botte), che intorno al XIV secolo fu staccato dalla parete di fondo e sostituito con la Natività che ancora oggi possiamo ammirare. Inoltre, nel pavimento, a circa metà della navata centrale, si trova il fonte battesimale dove i neofiti del dio Mitra venivano iniziati ai misteri del culto. Sulle pareti del vestibolo d'ingresso, affrescato in stile bizantino, spiccano una Madonna con Santi, San Cristoforo (patrono dei pellegrini) e vicende legate alla vita di San Michele del Gargano. Una porta conduce all'ambiente principale, a pianta rettangolare a tre navate, suddiviso da dieci pilastri per lato; la navata centrale ha un soffitto a volta a botte; le navate laterali, larghe circa un metro, presentano un soffitto piatto; la zona absidale, a pianta rettangolare, si contraddistingue per l'affresco della Natività cui si è accennato. Questa architettura "mitraica" richiama molto le famose chiese ipogee di Lalibela, in Etiopia, sia appunto per le modalità di realizzazione che per lo stile pittorico. E non ci sembra, anzi, dimensioni a parte, che la chiesa della Madonna del Parto sia da meno: suggeriamo un qualche approfondimento con quella lontana e pur così affine realtà. La chiesa di Santa Fortunata (approfondimento di Tommaso Valeri), poco distante dall'anfiteatro, langue semi diroccata in uno stato di completo abbandono. Questa struttura, sorta intorno all'anno mille inglobando alcune tombe romane, è una delle più antiche di Sutri e qui, ancora fino agli anni '60, era fortemente radicata l'abitudine - soprattutto da parte delle partorienti - di recarsi in pellegrinaggio per bere l'acqua "miracolosa" che vi sgorgava. In appena cinquant'anni lo scenario è totalmente cambiato e lascia l'amaro in bocca vederla ora soffocata dalle erbacce, con il tetto sfondato e i muri ammuffiti. Per inciso pochissimi anni fa, approfittando dello stato di abbandono, qualcuno ha addirittura trafugato la vasca in tufo dove sgorgava l'acqua della sorgente "miracolosa". Questo complesso, che riunisce in sé soluzioni ed evoluzioni architettoniche millenarie, testimone degli eventi storici di straordinaria portata di cui si parlava in apertura non può, non deve continuare a sgretolarsi alla stregua di un tugurio. Soprattutto poi se si trova inglobato in un fiore all'occhiello della Provincia di Viterbo quale è il "Parco urbano dell'antichissima Città di Sutri", crocevia di oltre 50mila turisti all'anno. Ci dispiace "bacchettare" un assessorato alla cultura che ha spesso dimostrato di essere tra i più laboriosi della Tuscia, ma riteniamo doveroso non sottacere una situazione ormai ad un passo dal collasso strutturale.

CASTEL SANT'ELIA 14 luglio 2013 - La storia sa tessere delle trame imperscrutabili quanto irreversibili. E allora, a posteriori, agli storici non resta che prenderne atto e magari chiedersi: cosa sarebbe accaduto se le cose fossero andate diversamente? Nonostante le sue profonde contraddizioni - quindi forse ancora per poco - oggi la cultura Occidentale sembra aver saldamente preso in mano le redini del pensiero dominante. Questo predominio ha però conosciuto almeno quattro episodi di forte incertezza. Momenti cruciali che, con un diverso esito, avrebbero senza dubbio pilotato la storia che oggi conosciamo in tutt'altra direzione. Tre di questi eventi sono legati a memorabili battaglie: un interminabile giorno dell'ottobre 732, a Poitiers, con l'esercito merovingio di Carlo Martello a ricacciare oltre i Pirenei le truppe arabo-berbero pronte a dilagare in tutta Europa; nel 1462, allorché Vlad III di Valacchia fermò gli Ottomani alle porte di Vienna guadagnandosi l'imperitura fama di "impalatore" (la sua ferocia ha ispirato a Bram Stoker il personaggio del conte Dracula); nelle acque di Lepanto, il 7 ottobre 1571, con la flotta della Lega Cristiana capitanata da don Juan d'Austria a scongiurare l'ennesimo tentativo di sfondamento degli Ottomani. E poi c'è la quarta volta, in realtà la prima in quanto avvenuta tra il 598-603, vale a dire al tempo dell'invasione longobarda dell'Italia, ma che a differenza delle altre si compì in maniera sostanzialmente incruenta grazie all'amicizia tra un santo ed una regina: Gregorio Magno e Teodolinda. Ebbene, stando ad una leggenda tramandata da tempo immemorabile a Castel Sant'Elia, questi due grandi personaggi si sarebbero incontrati proprio qui, nell'eremo benedettino di San Leonardo. Il fatto non è supportato da alcuna prova, e pertanto come tutte le leggende va preso con cautela, tuttavia non è così infrequente che la memoria orale finisca per rivelarsi foriera di accadimenti reali. In ogni caso ogni anno, a fine giugno, i castellesi commemorano questo incontro con un grandioso corteo storico. Quest'anno, poi, approfittando della conclusione dei lavori di consolidamento del costone tufaceo che sovrasta l'eremo, e grazie alla realizzazione di un comodo camminamento (finalmente un'amministrazione illuminata, a dimostrazione che la valorizzazione del patrimonio non è utopia), per la prima volta il corteo si è spinto fin giù: nel luogo dove forse, dopo un lungo scambio epistolare (per approfondimenti consultare la "Patrologia Latina" di Jacques-Paul Migne oppure "In registrum Gregorii Magni" di Dag Norberg), si è davvero tenuto uno dei più importanti colloqui della storia d'Occidente. A questo proposito ecco le parole di Benedetto XVI durante l'udienza generale del 28 maggio 2008 in Piazza San Pietro: "[…] Oggi vorrei presentare la figura di uno dei più grandi Padri nella storia della Chiesa, uno dei quattro dottori dell’Occidente, il Papa San Gregorio, che fu Vescovo di Roma tra il 590 e il 604 […] Tra i problemi che affliggevano in quel tempo l’Italia e Roma ve n’era uno di particolare rilievo in ambito sia civile che ecclesiale: la questione longobarda. Per ottenere una pace effettiva a Roma e in Italia, il Papa si impegnò a fondo - era un vero pacificatore - intraprendendo una serrata trattativa col re longobardo Agilulfo. Tale negoziazione portò ad un periodo di tregua che durò per circa tre anni (598 - 601), dopo i quali fu possibile stipulare nel 603 un più stabile armistizio. Questo risultato positivo fu ottenuto anche grazie ai paralleli contatti che, nel frattempo, il Papa intratteneva con la regina Teodolinda, che era una principessa bavarese e, a differenza dei capi degli altri popoli germanici, era cattolica, profondamente cattolica. Si conserva una serie di lettere del Papa Gregorio a questa regina, nelle quali egli rivela la sua stima e la sua amicizia per lei. Teodolinda riuscì man mano a guidare anche il re suo sposo al cattolicesimo, preparando così la via alla pace. […] La vicenda di questa regina costituisce una bella testimonianza circa l’importanza delle donne nella storia della Chiesa". E insomma, sarebbe davvero bello se prima o poi saltasse fuori qualcosa che attesti che questo incontro avvenne davvero a Castel Sant'Elia, città d'arte e di fede che fece dire a Massimo d'Azeglio: "Non ho mai veduto un più ricco tesoro di bellezze […]" Allo stato, quel che resta degli affreschi in stile bizantino che ornavano la cappella, fa dell'eremo di San Leonardo un'importante sito di riferimento per la storia dell'arte e del monachesimo in terra di Tuscia. Oggi sono quasi totalmente illeggibili, ma purtroppo il sito è rimasto abbandonato all'incuria per secoli e anzi, come testimoniano ancora oggi gli anziani: "Laggiù ci si andava a giocare a spada, un rifugio perfetto per noi ragazzi". E' quindi facile immaginare quali fossero spesso i loro bersagli preferiti. Risultano inoltre abbastanza evidenti le tracce "professionali" di rimozione di alcuni degli affreschi, ed altre, più grossolane, che non hanno sortito altro effetto che danneggiarli irreparabilmente. Ecco allora che per tentare di capire meglio cosa rappresentassero occorre rifarsi a quanto scrisse su di essi, nel 1899, il padre francescano Roberto Serra. Anche se, stando a Simone Piazza ("Pittura rupestre medievale", Collection de l’École française de Rome - 2006): "essendosi spesso rivelate erronee le sue interpretazioni, l'identificazione dei personaggi rappresentati rimane dubbia". Tale descrizione è comunque fondamentale per asserire che nell'arco di poco più di un secolo gran parte delle figure è andata perduta. Tra i personaggi sembra spiccasse una rappresentazione della Vergine: altra leggenda vuole che fu il volto di questa icona ad ispirare nel Rinascimento l'artefice della Madonna ad Rupes, custodita nell'omonima cappella del Santuario di Sant'Elia. La cronologia degli affreschi appare controversa in quanto si passa da una primeva tradizione bizantina del VI secolo, all'orizzonte della pittura romana dell'XI (Simone Piazza). Quale che sia la corretta interpretazione, un substrato di intonaco fa pensare che sotto alcuni di essi ve ne fossero altri evidentemente più antichi.

BOMARZO domenica 23 luglio 2013 - Uno strano paese l'Italia, strano davvero. È alle prese con la più devastante crisi economica della storia, non passa giorno senza che centinaia di persone vadano ad incrementare l'esercito dei disoccupati, eppure è sufficiente inoltrarsi in una forra, in un bosco a caso ed ecco svelarsi tesori archeologici di inenarrabile bellezza. Tesori che potrebbero, senza dubbio, rivelarsi il nostro Santo Graal se solo si riuscisse a capirlo e ad investire sulla loro valorizzazione. Da questo punto di vista il caso della cosiddetta "Piramide Etrusca" di Bomarzo è davvero emblematico. Per raggiungere lo straordinario quanto enigmatico manufatto - riscoperto nel 1991 da Giovanni Lamoratta e Giuseppe Maiorano ma ancora sostanzialmente ignorato dal grande pubblico - occorre infatti armarsi di tanta determinazione e chiedere a qualcuno del posto. E sì, ad oggi non esiste ancora uno straccio di segnaletica e, tantomeno, un minimo di cartellonistica che "sprechi" due parole su un manufatto considerato unico nel suo genere. L'area disseminata di forre ad est del Cimino è stata densamente popolata fin dalla più remota antichità. Circa 2500 anni prima di cristo, mentre dalle parti del Nilo Imhotep erigeva, a Saqqara, per conto del faraone della terza dinastia Djoser, quella che è considerata la prima piramide della storia umana, tra queste forre proliferava la cosiddetta civiltà di Rinaldone. Si era nella fase di passaggio dal neolitico all'eneolitico (o età del rame) e i Rinaldoniani, molti secoli prima degli Etruschi, furono i primi a scolpire le pietre di questi luoghi. Non solo per farne dei sepolcri, ma anche per delimitare il territorio, per fini astronomici e di culto. È quindi estremamente probabile, visto il quasi sistematico riutilizzo delle aree sacre fin dagli albori della storia umana, che la gran parte dei manufatti oggi considerati Etruschi, Romani o medievali debbano la loro primeva genesi proprio a quella lontana epoca. Ma poco importa, la storia è un po' come l'acqua, che si amalgama in un'osmosi perpetua senza preoccuparsi troppo di chi l'abbia ingerita - ed espulsa - per primo. Ciò che conta davvero è la straordinaria suggestione che coglie chi, per la prima volta, si trova al cospetto di opere che hanno sfidato i millenni. E certo la "Piramide Etrusca" non fa eccezione. Il grande monolite si raggiunge costeggiando il campo sportivo di Bomarzo, in direzione dell'abitato medievale di Santa Cecilia, questo sì, segnalato, ma anziché inoltrarsi nella forra che scende verso il Fosso Castello (poco più a monte scelto da Pasolini nel '64 per girare le scene del battesimo di Gesù nel "Vangelo secondo Matteo") occorre proseguire sul sentiero che piega verso sinistra. Dopo circa un chilometro e mezzo, osservando il ciglio del viottolo, si noterà un masso con sopra una evidente spruzzata di vernice rossa: contraddistingue il sentiero da seguire. Un po' più avanti, incredibile a dirsi, si incontra la tomba di un cavallo, "Musetto", morto tragicamente durante il palio di Sant'Anselmo del 2001. Ancora poche centinaia di metri giù per la forra ed eccola, finalmente, sbucare come dal nulla con tutto il suo carico di mistero. Complici le massicce piogge che hanno flagellato l'Italia tra aprile e maggio, l'intrigata vegetazione che la circonda è talmente lussureggiante da far credere per un istante di essere nello Yucatan o ad Angkor Wat. E si capisce meglio il perché della sua denominazione. Ma seppure evocativo il termine piramide è un tantino forzato, di sicuro si tratta del più monumentale esempio di altare rupestre della Tuscia e non solo. Questo manufatto rientra nel novero dei cosiddetti "Sassi del Predicatore", disseminati un po' ovunque nei dintorni (soprattutto nella non lontana Selva di Malano) ma assai meno imponenti e sofisticati. Ricavato da un enorme masso di peperino precipitato dal margine della forra in tempi immemorabili - probabilmente prima ancora della comparsa del Sapiens lungo la Valle del Tevere - l'altare principale si erge a circa 10 metri di altezza ed è raggiungibile da una prima rampa di 22 gradini visibili (ve ne sono almeno altri 4 interrati visto che molte fonti ne citano 26 e non è da escludere che possano essercene addirittura di più) seguita da una seconda di 9 gradini, con ai lati due piattaforme. Intorno a questo incredibile monumento si è generata un'accesa discussione sia per quanto riguarda la sua reale funzione (di carattere funerario o santuariale?) che per la datazione. E se la "destinazione d'uso" può in qualche modo, non essendo ancora stato effettuato uno scavo stratigrafico, lasciare spazio ad una certa soggettività, ben diversa appare la diversità di vedute circa l'epoca in cui fu realizzata. In effetti se da un lato uno studioso del calibro di Giovanni De Feo propone il VII secolo a.C., quindi in pieno periodo etrusco, appare certamente enorme la divergenza con Stephan Steingräber e Friedhelm Prayon che, nel loro "Monumenti rupestri etrusco-romani", propongono un'origine di epoca agustea, vale a dire intorno al I secolo d.C., seguita da una seconda fase di epoca medievale. Vista questa profonda divergenza, parrebbe allora molto pretestuoso lanciarsi in enfatiche quanto improbabili ricostruzioni, con l'aruspice etrusco (netsvis) che alza lo sguardo al cielo poco prima di sgozzare un malcapitato cinghiale e dissetare gli dèi oscuri. Infatti, se dovessero aver ragione Steingräber e Prayon, quando l'altare fu realizzato gli Etruschi erano già stati assimilati da Roma da almeno un paio di secoli. Eppure, anche se magari in futuro l'archeologia dimostrerà proprio questo, a noi piace continuare a pensare che questo grande masso erratico sia davvero una sorta di Piramide Etrusca. E vista la sua peculiarità, ci piacerebbe assai che dalle parti di Villa Giulia qualcuno della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale decidesse finalmente di mettere in piedi un'approfondita campagna di scavo. A quel punto chissà che persino il comune di Bomarzo non decida di apporre qualche cartello che ne permetta più facilmente l'individuazione?

Ciao Stefano (ci conosciamo?), leggo oggi per cui scusa il ritardo. Non ho scritto che il castello è preistorico :), ma che - ma dovevo specificare meglio, colpa mia - con ogni probabilità il sito è abitato fin dall'epoca preistorica (eneolitico, età del rame: se ti interessa approfondisci la cosiddetta "Civiltà di Rinaldone"). Visto poi il sistematico riutilizzo (e conseguente ampliamento-adattamento) degli ambienti ipogei fin dalla notte dei tempi, è del tutto normale, oggi, non ravvisare più i segni di scavo primevi. Il cimitero non è collegato al castello, sorto almeno due secoli dopo, ma alla chiesa lì accanto (VII-VIII sec.). Su questo cimitero devo rettificare una cosa importante. Anche se l'epoca è longobarda, recenti studi sembrano aver definitivamente sancito che questo tipo di fosse antropomorfe è bizantino. Vabbè, basta dai :)

VALLERANO domenica 7 luglio 2013 - Davanti allo scempio e all'incuria del Patrimonio, gridare allo scandalo sembra essere diventato una sorta di mantra di carattere modaiolo. Altrettanto dicasi il continuare a sottolineare che solo attraverso la sua valorizzazione, e conseguente "sfruttamento" a fini turistici, il Bel Paese può avere qualche seria chance di recuperare risorse (o perlomeno la faccia: Pompei docet). Eppure, davanti allo stato di degrado in cui versano gli affreschi dell'eremo medievale conosciuto come "Grotta del Salvatore", non ci si può esimere dall'indignarsi. E gridare allo scandalo. Domenica scorsa, 3 luglio, alcuni membri della locale sezione del Gai (Gruppo Archeologico Italiano) hanno scoperto l'ennesima disavventura di questa vera e propria rarità: un altro rilevante crollo dalla rupe che lo sovrasta. E così, nonostante gli strali di Vittorio Sgarbi nel 2001 (in qualità di sottosegretario ai Beni Culturali si impegnò a reperire i fondi necessari per il restauro degli affreschi e il consolidamento della rupe, ma poi l'incarico gli venne revocato e tutto sfumò) e uno studio dell'Enea che ne evidenzia l'assoluta precarietà, l'ipogeo e il suo prezioso contenuto stanno pian piano avviandosi verso un destino ineluttabile: la scomparsa. Ad accompagnarci sul sito il giovane direttore del Gruppo Archeologico Tiziano Valerio Severini e Manola Erasmi, neo assessore al turismo-istruzione della giunta Gregori. Nei loro occhi brilla la feroce determinazione di chi vuole opporsi all'eventualità di trasmettere ai posteri soltanto pubblicazioni e fotografie. "La situazione è drammatica - dice Severini indicando il grande masso precipitato domenica scorsa - se non si interviene urgentemente siamo ad un passo dal punto di non ritorno". "Stiamo preparando la documentazione per chiedere alla Soprintendenza e al Genio Civile di intervenire - gli fa eco la Erasmi - ma le esperienze delle precedenti amministrazioni non lasciano purtroppo ben sperare. D'altro canto cosa possiamo fare da soli? Dove le trova le risorse necessarie un piccolo centro come il nostro?" A questo proposito ecco le conclusioni dello studio dell'Enea cui si è accennato: "Le dimensioni dell'area sono limitate per cui costi per un risanamento sono senz'altro giustificativi dei benefici indotti dalla salvaguardia di una delle più belle testimonianze di arte medievale in stile bizantino dell'Alto Lazio". In effetti davanti all'importanza e peculiarità di quel che resta degli affreschi, unici nel loro genere nell'Alta Tuscia, non si può fare a meno di chiedersi cosa aspettino le autorità competenti a mettersi in moto. Ecco un'altra citazione, tratta da un articolo pubblicato nel 1907 dalla "Reale Società Romana di storia patria", a firma di quel fine esperto di Storia dell'Arte che fu Achille Bertini Calosso,: "[…] Oggi la grotta del Salvatore è accessibile agli studiosi, e solo attende che l'autorità competente prenda le opportune misure per la conservazione dei preziosi affreschi di cui sono ricoperte le sue pareti. […]" Ad oltre un secolo da quelle vane parole rieccoci ad esprimerle praticamente identiche. Saranno ignorate pure stavolta? L'eremo fu riscoperto sul finire dell'Ottocento guarda un po' a causa di... un crollo! Tuttavia, anche se quello smottamento causò il taglio in sezione degli ambienti rupestri, distribuiti su due livelli, distruggendo totalmente la parete settentrionale dell'eremo, in quel caso fu come se il fato avesse voluto rivelare un tesoro d'arte dimenticato da secoli. Per fortuna uno dei primi a penetrare negli ipogei fu un erudito, monsignor Gaetano Marini, che constatata la precarietà del costone di tufo in previsione di ulteriori crolli pensò bene di ricopiare e descrivere quanto più possibile di quanto vide. Ad inizio 'Novecento il Calosso venne a conoscenza di quegli studi e mise in piedi la prima campagna di scavi sistematici del sito. In quell'occasione si rivelò determinante, per la corretta lettura dei temi iconografici del ciclo pittorico, l'apporto dello studioso russo Wladimir de Grüneisen grande esperto di arte paleocristiana e bizantina. Bertini Calosso individuò questi ipogei come un complesso benedettino databile tra il X-XI secolo che, per quanto inerente la cappella, così descrisse: "[…] Magnifico doveva essere l'insieme della piccola cappella, tutta coperta di affreschi: a destra, entrando, sante e santi ai lati della vergine, e in basso l'Adorazione dei Magi; nella parete di fondo la Crocifissione, sotto la quale si stendeva una ricca ornamentazione a veli, e sopra l'altare avvivato anch'esso di colori, l'Eucarestia. A sinistra erano poi figurazioni evangeliche, una delle quali rappresentava l'Incredulità di San Tommaso; nella volta, infine, il Salvatore benedicente e i quattro simboli evangelici in mezzo al cielo stellato. […]" Nel corso del secondo conflitto mondiale altro crollo e addio a ciò che rimaneva della volta. La datazione del complesso appare oggi controversa. Secondo Joselita Raspi Serra essa andrebbe abbassata al IX secolo in considerazione di una bolla dell'852 di papa Leone IV, al vescovo di Tuscania Virobono, nella quale si fa riferimento ad insediamenti monastici proprio in questa zona; tale datazione parrebbe confermata anche dalla cronologia avanzata da alcuni studiosi comparando le pitture della cappella con altre, di datazione certa, dello stesso periodo. Recenti studi iconografici hanno tuttavia riportato in auge il X secolo. Concludendo, non possiamo esimerci dall'interrogarci sul futuro di questo straordinario complesso. Certo l'impegno del Gruppo Archeologico Francesco Orioli è un tonico che lascia ben sperare, ma occorre che un vasto movimento d'opinione e non solo lo supporti in quella che è diventata una vera e propria lotta contro il tempo. Se questo non accadrà le future generazioni avranno un bel grattacapo a cui cercare di dare una risposta. Un quesito del tipo: davanti alla prospettiva di perdere per sempre gli affreschi di San Salvatore, perché nessuno ha mai pensato di destinare parte delle cifre esorbitanti spese per i fuochi d'artificio della festa di San Vittore proprio a tale nobile causa? Sì, decisamente un bel grattacapo.

Bravo Ardelio, meno male che qualche rara volta si possono leggere dei commenti relativi alle foto inviate... nel più dei casi si vedono foto molto belle ma prive di qualsiasi spiegazione! 8+

Drága Wau! Most már e-mailt sem tudok küldeni, mert gépcsere miatt a címjegyzékem elveszett. Tudom, hogy ez a nap Neked nagyon fontos, nem a nőnapra gondolok, ezért ezt küldöm Neked sok szeretettel. Írj!!! Puszi, Éva

Perfect shot! Very, very nice!

Impressive! Thank you for the explanations.

« Previous12345678...3334Next »

Friends

  • loading Loading…

 

Ardelio Loppi's groups